giovedì 3 aprile 2014

Music Review: The Classic - Joan as police woman

Salve ragazzi. Mi sembra che sia tipo un secolo e mezzo che non scrivo sul blog. Da quando ho ricominciato le lezioni all'università non ho più un momento libero. Questa magistrale mi ucciderà. Anyway, passiamo a cose belle, bellissime, bellerrime. Parliamo del nuovo album della mia musical crush Joan As Police Woman - The Classic, che tra l'altro vedrò live dopo ben tre anni di astinenza venerdì prossimo, l'11 Aprile al Bronson (RA).

L'album è uscito il 10 Marzo e io l'avevo ordinato su internet perchè così ho avuto anche la foto gigante autografata con tanto di uniposca dorato. Figo. Prima dell'uscita dell'abum avevamo già potuto ascoltare a due singoli, la title track The Classic e la scatenata Holy City.

Però andiamo in ordine. L'opener dell'album è Witness, una potentissima canzone che, personalmente, ha avuto bisogno di più di un ascolto per essere apprezzata. Non è molto immediata, ma quando la si ascolta con attenzione, la si può apprezzare sia dal punto di vista lirico che da quello melodico. La seconda canzone è la sopracitata Holy City, una delle poche canzoni che mi fa venire voglia di ballare come una scema. E' così anni '70, così Diana Ross, così estiva. E il video è fantastico: Parker Kindred (il batterista) è veramente un attore nato. Un figo.
Si arriva quindi alla title track, la doo-wah-doo The Classic, senza strumenti e solo voci con Reggie Watts che beatboxa in sottofondo di brutto e la Joan che canta la sua bellissima canzone d'amore classica. YAAS, ora c'è uno dei miei pezzi preferiti, ovvero Good Together. Madonna, quant'è bello sto pezzo. Così nostalgico (come dice la bella Joan nel chorus: "don't wanna be nostalgic, for something that never was"), così tragico nel finale e nel bridge. Dovete ascoltarlo. E si passa alla numero cinque, che è un'altra delle mie canzoni preferite dell'album, molto soft. Si intitola Get Direct ed è tutta tastiere, violino e una batteria molto leggera. Live è spettacolare. Poi arriva super incazzata direttamente dagli anni '70 What would you do. Questo pezzo potremmo tranquillamente averlo scritto io col mio gruppo. Ovviamente non l'avremmo fatto così bene. Poi arriva la struggente New Year's Day, con la batteria in controtempo (credo) e la voce di Joan così potente e sovrastante. Arriva la super allegra Shame, un altro pezzo decisamente classico anche se non saprei esattamente da quale anni attinge. Settanta? Ottanta? Boh, ditemelo voi. Arriviamo a Stay, una delle prime canzoni scritte dopo l'album The Deep Field e la definirei hauntingly beautiful. E l'album si chiude con un pezzo decisamente alla Amy Winehouse. La prova reggae della stunning Joan si chiama Ask Me, e debbo ammettere che è riuscita alla grande.

Insomma, cosa dire per concludere questa confusionaria recensione dell'ultima fatica di Joan Wasser. Sicuramente per apprezzarlo dovete essere molto aperti di mente dal punto di vista musicale, a Joan è sempre piaciuto sperimentare e lo fa ampiamente anche in quest'ultimo album. Se non vi piace al primo ascolto (lo trovo improbabile) dategli una seconda chance e vedrete che inizierete ad amarlo. BYE!


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