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martedì 22 ottobre 2019

Star Wars The Rise of Skywalker: Trailer Breakdown

Cari amici, oggi è stato un giorno importante per i fan di Star Wars. E' stato trasmesso lunedì sera negli Stati Uniti l'ultimo trailer dell'Episodio IX The Rise of Skywalker, ed è anche uscito il fantastico poster ufficiale. Ammirate.



Questo post è un brevissimo breakdown del trailer, un'analisi di quello che sembra potrebbe accadere, sempre tenendo conto che i trailer di questa sequel trilogy sono volutamente fuorvianti, come è giusto che sia. Devono aumentare l'hype ma non rivelare tutto il film, sennò che gusto ci sarebbe ad andare al cinema! Ma oltre ad essere un breakdown del trailer, questo segna anche un breakdown emotivo per me.

Star Wars mi accompagna nella vita dalla tarda infanzia ad oggi, e il mio amore per questo universo è soltanto aumentato col tempo. Return of the Jedi sarà sempre il mio film preferito di quei tempi, ogni volta che lo davano in tv era una gioia per me. Il primo film della Saga che ho visto al cinema è stato Revenge of the Sith: avevo tredici anni e mi accompagnarono la mamma e papà. Vedere sul grande schermo la trasformazione di Anakin in Darth Vader è stato qualcosa di entusiasmante.
Da quando, nel 2015, è uscito The Force Awakens il mio amore per questo universo non ha fatto che consolidarsi e ho iniziato ad addentrarmi anche nella serie tv Clone Wars, che è davvero un gioiellino, e a leggere libri ambientati nell'universo di Star Wars (Lost Stars di Claudia Gray è una lettura quasi obbligata). D'altronde chi mi sta accanto sa della mia crescente ossessione per la saga, e vi sto scrivendo dal divano, dove sono appoggiata al cuscino a forma di BB8.

Ma veniamo al trailer: vediamo Rey che si sta allenando in the ways of the Force su un pianeta simile ad Endor, utilizzando un training droid proprio come quello che tempo fa usò Luke Skywalker. Vediamo Rey e Ben Solo (cavalcando l'onda della Bendemption, spero sempre che Ben abbandoni il lato oscuro, il nome Kylo Ren e il First Order per 'ascendere' in quanto Skywalker, visto che ce l'ha nel sangue da parte di madre) che combattono sui resti della Morte Nera, la seconda. Però poi vediamo Ben che sembra mettere via la sua spada laser e confrontare Rey all'interno senza arma. Inoltre li vediamo anche distruggere, insieme, quella che sembra la maschera di Darth Vader. 

Questa sono ovviamente io mentre guardo il trailer :D


Scemenze a parte, intanto la ribellione sembra aver trovato nuove reclute, grazie anche a Lando Calrissian. Il momento più strappalacrime, straziante e bittersweet di tutto il trailer è racchiuso in questa scena, in cui C3PO sembra dare l'addio ai nostri protagonisti ma anche al suo passato. Niente mi può togliere dalla mente che mostrerà a Rey e agli altri il matrimonio tra Padmé e Anakin e forse anche di come Palpatine raggirò tutti mettendo in atto l'Ordine 66 portando così alla quasi totale estinzione degli Jedi. 


Torniamo ai nostri due eroi principali, Ben e Rey. Sì, sono una di quelle che pretende di vedere come minimo un abbraccio tra i due (idealmente anche un bacio degno di Leia e Han o, perché no, un flash forward su Naboo con dei pargoli - il contrario di ciò che accadde ad Anakin e Padmé, la Forza li abbia in gloria -). Ora ditemi se questi non sono sguardi di due innamorati che vedono nell'altro il proprio futuro. Boh, per me è così chiaro. Mi dispiace sinceramente, dal più profondo del cuore, per tutti quelli che non riescono a godersi questi sequel e l'ovvio percorso verso la redenzione di Ben accompagnato da Rey. In più nel trailer sentiamo Rey dire: "People keep telling me they know me... no one does" e Ben dice "But I do". Più chiaro di così?! E di nuovo, Palpatine che dice: "Your coming together is your undoing" e a chi potrà mai riferirsi?! ↓↓↓




Va beh, bear with me. Abbiate pazienza. Perché io non ne ho. Per niente. Non vedo letteralmente l'ora che sia il 18 di dicembre per andare al cinema e ho come la sensazione che non ci andrò solo una volta. 
May the Force be with us all!

lunedì 9 settembre 2019

Music Review: Norman Fucking Rockwell - Lana del Rey

Lana è tornata, finalmente. Da qualche mese aveva pubblicato alcuni dei singoli dal nuovo attesissimo album Norman Fucking Rockwell. I singoli in questione erano: Mariners Apartment Complex, Venice Bitch e Hope is a dangerous thing for a woman like me to have - but I have it. Solo il signor Spotify sa quante volte in questi mesi ho ascoltato questi tre singoli. Venice Bitch, poi. In loop per ore: un pezzo che dura più di nove minuti, con una parte strumentale che adoro. 

Il 30 agosto è finalmente uscito l'album, prodotto da Jack Antonoff (che ormai sta producendo gli album di tutti, è ovunque). Quando ho fatto play per la prima volta e parte la title track Norman Fucking Rockwell, Lana inizia a cantare: "Goddamn, manchild. You fucked me so good that I almost said I love you". E allora a quel punto sai già che sarà una bomba di album. E infatti lo è: Lana del Rey non ha fatto altro che migliorare dal primo album a questo, dimostrandosi ad oggi una delle cantautrici indie pop migliori. Dal punto di vista dei testi, questo album è assolutamente il suo migliore. Lo dico con convinzione. Abbandonati i cliché da bad girl che è sempre l'altra donna di qualche uomo più vecchio di lei che contraddistinguevano il primo album, Born to die, e che ritroviamo anche nel secondo Ultraviolence, anche se è migliore dal punto di vista musicale, Lana ha intrapreso una nuova traiettoria sia dal punto di vista delle melodie che dal punto di vista dei testi a partire dal terzo album Honeymoon; due anni fa è uscito Lust for life, che contiene alcune delle canzoni migliori della sua carriera (Heroin e Tomorrow never came, per me).

L'album è composto da quattordici pezzi e, come non mi è successo mai per i suoi album fino ad ora, mi piacciono tutti. Di solito negli album precedenti c'erano sempre almeno un paio di canzoni che saltavo quasi sempre perché non erano all'altezza, mentre qui mi piacciono tutte. Alcune più di altre, è ovvio (penso ad esempio alla title track, a Venice Bitch, a The Greatest), ma in generale non ce n'è neanche una che non mi piaccia. E' bella anche la cover che ormai avrete sentito tutti di Doin' Time (e vi consiglio vivamente di vedere il video, dove una Lana gigante cammina per le strade di Los Angeles). Inoltre, secondo me è un album particolarmente equilibrato: si apre col botto e finisce pure col botto. La combo Happiness is a butterfly e Hope is a dangerous thing è perfetta dal punto di vista emotivo, poetico e musicale. 

Come ho già ammesso in passato, continuo a non avere il desiderio di vedere Lana del Rey live perché è una performer mediocre ma questo non toglie il fatto che sia una grande artista e cantautrice, in grado di partorire opere assolutamente godibili e, con questo Norman Fucking Rockwell, direi quasi obbligatorie per gli amanti dell'indie pop. Per me merita assolutamente un 9. Brava Lana, Lizzie, Elizabeth, chiamatela come ve pare. E bravo Jack, sono sicura che il tuo contributo sia stato più che utile a rendere questo album il migliore di Lana del Rey ad oggi. 


venerdì 2 agosto 2019

Series Review: The OA - Part II

Sono mesi che scrivo e riscrivo cose riguardo la parte seconda di una delle mie serie preferite del momento e di sempre, The OA. Ho provato e riprovato a fare una sorta di introduzione in cui riassumo un po' quello che succede nella serie, accorgendomi sempre di più che era una missione impossibile farlo se non essendo molto sbrigativi e tralasciando molti subplots che però sono ugualmente importanti. Inoltre risulta impossibile essere poco prolissi, rischiando quindi di fare un resoconto troppo minuzioso di ogni singolo episodio, in cui succedono sempre molte cose.

Quello che Brit Marling e Zal Batmanglij hanno creato è letteralmente un universo, parallelo al nostro, in cui tanto di quello che vediamo è estremamente poco casuale e in cui ogni singola cosa ha un significato, una funzione, un rimando a qualcos'altro. Se l'atmosfera nella Parte I (uscita, ve lo ricordo, ormai nel 2016) era cupa, con una fotografia desaturizzata, qui invece veniamo catapultati in una San Francisco coloratissima e vivace. Non so spiegarvi realmente il perché, ma nella Parte II si ha da subito la sensazione di non essere nella stessa realtà, nella stessa dimensione della stagione scorsa. E non intendo solo per il cambio di ambientazione: c'è già qualcosa di profondamente diverso dai primi minuti della prima puntata. Innanzitutto ci viene subito presentato un nuovo personaggio: Karim Washington, un detective privato che viene ingaggiato da un'anziana signora vietnamita che lo ingaggia per ritrovare la nipote scomparsa.

Se nella Parte I tutto era visto attraverso gli occhi di Prairie e raccontato dal suo unico punto di vista che, nell'ultima puntata, veniva totalmente messo in discussione, qui invece ci ritroviamo fin da subito a dover conoscere un nuovo personaggio e, col proseguire delle puntate, vediamo come ci siano tre filoni narrativi che poi andranno ad incontrarsi nel climax dell'ultima puntata. Abbiamo dunque Karim con la sua ricerca di Michelle che lo porta a scontrarsi con una realtà piuttosto distorta in cui un magnate di San Francisco riesce a coinvolgere dei ragazzini tramite un app per sviluppare il suo progetto; poi ritroviamo la nostra protagonista Prairie che, tuttavia, non è più lei perché in questa realtà è nata e rimasta Nina Azarova, compagna del magnate del web su cui Karim sta indagando e che si ritroverà ancora una volta prigioniera del dottor Hap insieme ai suoi vecchi compagni di prigionia; e infine, nella realtà parallela, ritroviamo i ragazzi di Crestwood che non riescono più ad andare avanti normalmente nella loro vita dopo essere sopravvissuti al mass shooting della loro scuola.



Una delle caratteristiche più belle e intriganti di questa serie è quella di trovare indizi e rimandi in ogni frame: non solo in questa stagione cerchiamo di seguire Karim nelle sue indagini e trovare un senso a tutto quello che scopre di volta in volta, ma vediamo anche tutte le connessioni con la stagione precedente (l'ospedale psichiatrico di Treasure Island di cui Hap è capo non è altro che l'ambientazione della near death experience che Homer aveva avuto durante la prigionia nell'altra dimensione). Ammetto che seguire gli eventi di questa stagione, visto che è stata messa tanta carne al fuoco rispetto alla stagione precedente, sia stata un'impresa e che ho avuto bisogno di rivedere la serie un paio di volte per afferrare qualche passaggio che ad una prima visione mi era sfuggito (ad esempio, tanto per farvi capire quanto io possa essere superficiale, ho notato che nella 2x05 dopo che Homer ha un sogno -premonitore?- di lui che cerca la pelle di OA, si sveglia con una visibile erezione e da lì in poi guarderà Nina/OA sotto una luce diversa). Ma, onestamente, ero contenta di rivederla e rivederla perché The OA è una serie che fa pensare, che fa riflettere e, cosa molto importante, è molto emotiva. I personaggi, inoltre, sono molto sfaccettati perché anche Hap (che è il cattivo della situazione) può essere compreso: probabilmente nella sua situazione anche noi sceglieremmo di sfruttare le persone per arrivare a capire come è formato il multiverso, soprattutto una volta che si trova il metodo per cambiare dimensione.



Parliamo brevemente dell'episodio finale. Giuro che la prima volta che l'ho visto sono rimasta letteralmente sconvolta per circa un'ora anche dopo che era finito. E' chiaro che la dimensione in cui OA è arrivata insieme a Hap sia la near death experience di Scott, ma il solo fatto di aver pensato di utilizzare la nostra reale dimensione (anche se non coincide del tutto perché Brit Marling e Jason Isaacs non sono sposati) come setting per la prossima stagione è geniale, contorto e assolutamente intrigante. Quando ho sentito Jason Isaacs parlare col suo vero accento britannico ho avuto un momento di perdizione e non ci stavo più capendo niente. Netflix non ha ancora rinnovato The OA per la terza stagione ma io spero che lo facciano. Onestamente il mondo dello spettacolo ha bisogno di gente come Brit Marling e Zal Batmanglij che sanno dare vita a storie accattivanti ma allo stesso tempo profonde e intrise di significato che ci fanno sempre un po' riflettere sul senso dell'esistenza terrena.


venerdì 14 giugno 2019

Series Review: It's Bruno!

Spero che tutti abbiate visto questa fantastica mini serie Netflix chiamata It's Bruno! con tanto di punto esclamativo, perché il punto esclamativo ci vuole proprio. Composta da otto episodi di brevissima durata (il più lungo, che è l'ultimo, dura 20 minuti) è la creazione di Solvan "Slick" Naim, che nel telefilm interpreta il protagonista, Malcolm. E infatti quello che vediamo sullo schermo è proprio Bruno, il suo vero cane. L'idea per questa serie, a quanto pare, gli è nata proprio mentre faceva delle foto a Bruno e ha trovato che fosse molto buffo. E da lì la sua mente ha partorito poi lo script per questa serie.

Di cosa parla It's Bruno? Di un cane e del suo padrone. Che vanno in giro per Bushwick, quartiere di Brooklyn abitato per lo più da immigrati, e danno la caccia a temibili hipster che non raccolgono la cacca del loro cane, latinos che rapiscono cagnolini per soldi o per feticcio personale. Malcolm discute animatamente anche con il proprietario di un supermercato che non fa entrare Bruno nel negozio. Poi prova a far diventare Bruno una superstar facendogli fare una pubblicità ma gli andrà male. Insomma, sono tanti escamotage in realtà molto mondani, conditi però con un sacco di humor, situazioni avvincenti ma anche assurde, al limite del grottesco. Il tutto in 10 minuti di episodio.

Giuro che quando Malcolm se la fa con la tipa che sul più bello urla il nome del cane Bruno invece del suo, sono morta dalle risate. E anche quando Malcolm va a trovare i suoi due amici sfattoni e uno dei due si fa sempre montare la gamba dal suo cane per 'aiutarlo'. Giuro che mi scompiscio. Dal punto di vista tecnico, tra le altre cose, la serie è molto ben fatta. La regia ha anche alcuni momenti di virtuosismo e il montaggio è un altro degli elementi che rende il tutto più spassoso. E poi la sigla, pur essendo molto breve, è spettacolare. Non ho ancora trovato il file mp3 per scaricarla perché la voglio come suoneria di tutto. Insomma, se avete 10 minuti al giorno da perdere, guardatevi It's Bruno! e fatevi quattro risate.