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martedì 17 dicembre 2019

Movie Review: The King

All hail the king! Soprattutto se è Timothee Chalamet. Di solito io e i film storici non andiamo troppo d'accordo ma debbo dire che questo The King mi è piaciuto molto. Passato piuttosto in sordina, è uscito su Netflix recentemente e presenta un gran cast: oltre a Timmy, abbiamo anche Robert Pattinson, Joel Edgerton (che è anche sceneggiatore), Ben Mendelsohn, il tizio che si era buttato già dalla torre in Game of Thrones, Lily Rose Depp. Insomma, un bel cast, non c'è che dire. 

La sceneggiatura è ispirata a vari lavori di Shakespeare su Henry the Fifth e racconta, in maniera piuttosto romanzata, l'ascesa al potere di Henry poco prima della scomparsa del padre. Siamo in piena Guerra dei Cent'anni, e vediamo un giovane Henry salire al trono dapprima in maniera riluttante poi prendendo sempre più coscienza delle proprie responsabilità. Il fulcro centrale del film è l'attacco contro la Francia, in cui regna il re Dauphin, che è interpretato in maniera tragicomica da Robert Pattinson: se la presa della cittadina francese risulta essere un momento di grande suspense, il duello finale (se così lo si può definire) con il monarca francese è assolutamente spassoso e volutamente ridicolo. 

Il film presenta una buona regia di David Michod, che ha deciso di non realizzare un film totalmente vero dal punto di vista storico che gli ha permesso di scavare un po' più a fondo sulla personalità di re Enrico V. Bellissima la scena che precede l'attacco in Francia in cui il re aizza i suoi soldati ricordandogli il motivo per cui sono andati fino a lì e lui è carichissimo e io mi aspettavo che i soldati alzassero il pugno al cielo emettendo suoni gutturali e hip hip hurrà e... invece niente. Debbo dire, Timothee sempre più bravo. Il suo physique così mingherlino potrebbe sembrare inadatto al ruolo e, invece, è proprio a suo agio nella parte. Bravo Timmy, continua così! Fondamentale anche il personaggio (inventato) interpretato da Joel Edgerton che con la sua apparente ignoranza e riluttanza diventa il più fidato consigliere del re. 



Insomma, guardate The King. Lo devo proprio dire visto che siamo sempre in campo shakespeariano, molto meglio di quella palla megatomica di Macbeth con Michael Fassbender. 

lunedì 16 dicembre 2019

Movie Review: Marriage Story

Sono passati un po' di giorni da quando nella solitudine di casa mia ho pianto lacrime amare dopo aver visto Marriage Story di Noah Baumbach. Uscito lo scorso 6 dicembre su Netflix con protagonisti Scarlett Johansson e l'uomo oggetto delle mie costanti ossessioni, Adam Driver. Ho fatto play e dopo 5 minuti stavo già piangendo. Perché, vi chiederete voi? All'inizio i due protagonisti elencano tutte le cose che amano dell'altro. E giù di lacrime, moi. So che è finzione, ma ogni cosa che Nicole dice riguardo a Charlie e quello che lui ha da dire su di lei... sono cose che hanno sempre una risonanza a livello personale.

Comunque poi, vi dico, non ho più pianto fino verso la fine del film. Quindi sono stata anche piuttosto brava, me lo dico da sola. Il film. Parliamo del film. Non sono un'esperta dei lavori precedenti di Baumbach, penso di aver visto solo Frances Ha. Quindi non vi so dire se questo è il suo lavoro migliore o il culmine della sua carriera o bla bla bla. Quello che vi posso però dire è che è un film piuttosto onesto. Se la tira un po', questo sì. Ma è onesto. Personalmente preferisco sempre le storie d'amore (o di fine di un amore) che si avvicinano di più alla mia realtà personale, avendo come protagonisti personaggi in cui mi ritrovo. Qui la cosa risulta un po' più difficile, perché Nicole e Charlie sono due persone che lavorano nel mondo dello spettacolo e vivono entrambi di arte. E di conseguenza anche i loro battibecchi, le loro conversazioni sono diverse rispetto ad una "normale" coppia. 

Non lo so, ha senso quello che ho appena scritto? Nella mia testa ce l'aveva, ma non so se l'ho espresso bene. Tuttavia, nonostante come personaggi siano un po' lontani dalla realtà quotidiana, i loro problemi di coppia... quelli sì, invece, che sono reali. Il tradimento, l'assenza di intimità, il dare per scontato l'altro, il sacrificio dei propri desideri per far funzionare il matrimonio... sono problemi molto comuni a quasi tutte quelle coppie che ormai stanno insieme da tanto. Una questione centrale nel film è la dicotomia New York - Los Angeles che potrebbe sembrare un problema da poco visto da questa parte di mondo ma, evidentemente, per gli statunitensi rimane scottante. 



Marriage Story racconta la fine di un matrimonio, attraverso le fasi legali che precedono un divorzio. Uno dei pensieri fissi che ho avuto durante la visione è stato: "Non voglio mai, mai, mai divorziare". E quindi penso che non mi sposerò mai, così sono sicura di evitarlo. Laura Dern e Ray Liotta interpretano magnificamente la parte degli spietati avvocati divorzisti che giocano con i sentimenti di chi sta passando un momento orribile nella propria relazione, insinuando il dubbio e facendo venire fuori il peggio delle persone. L'eccezione è rappresentata dall'avvocato a cui si rivolge Charlie, interpretato da Alan Alda: come detto da lui, è l'unico che tratta Charlie come fosse un essere umano. Scarlett Johansson è davvero bravissima in questo film (anche se con quei capelli assomiglia paurosamente ad Emma Thompson) e ci mostra una donna vulnerabile che cerca di far valere i propri sentimenti in un momento della sua vita pieno di incertezze. Adam Driver, che ve lo dico a fa', è sempre bravissimo per me. Una delle scene migliori è quando gli viene consegnata in maniera piuttosto goffa la lettera di divorzio dalla sorella di Nicole. L'incredulità nella sua espressione, convinto fino all'ultimo che lui e Nicole avrebbero risolto le cose fra di loro, senza ricorrere agli avvocati. E poi come canta bene per essere uno che non canta. Non sto neanche a dirvi quanto ho pianto nella scena finale quando Henry, il figlio, gli chiede di leggere la lettera. 



Non sarà forse il film dell'anno per me, ma sicuramente merita di essere visto. Anche più volte. Anche solo per sentirvi Adam Driver cantare Being Alive. 

giovedì 28 novembre 2019

Movie Review: I migliori film (brutti) di Natale

Parliamoci chiaro, in questo elenco non vi farò la lista dei migliori film di Natale. Non parleremo di classici come Una poltrona per due, Mamma ho perso l'aereo o i più recenti Love Actually o L'amore non va in vacanza. No, no. Parliamo di quei film brutti, roba da Hallmark TV o da produzioni Netflix fatte con 5 dollari. Quelli che fanno di questi tempi sull'8 o su Paramount Channel, per intenderci. Ecco, secondo me ce ne sono alcuni che ormai è indispensabile guardare e riguardare per entrare nello spirito natalizio. 

Il Natale di Beth / 'Tis the season for love
Scontatissimo, recitato sorprendentemente abbastanza bene, questo film racconta di Beth che ha lasciato il suo paesino di provenienza per andare ad avere successo a New York, lavorando in teatro. In realtà a New York non la scelgono mai per le parti principali e quindi, una volta tornata a casa dalla sua amorevole madre, si chiede se non sia meglio tornare al paesino suo...dove tutti sembrano volerla: il preside per lavorare nella scuola locale e un aitante vigile del fuoco da poco divorziato. Non c'è bisogno che vi dica come va a finire.




Un principe per Natale / A Christmas Prince
Ecco una delle produzioni Netflix natalizie di maggior successo degli ultimi anni, tanto che a breve uscirà il terzo capitolo The Royal Baby o qualcosa del genere. Questo primo capitolo è quello che dovete assolutamente vedere e rivedere, il secondo incentrato sul Royal Wedding tra i due protagonisti è stato una delusione grandissima nonostante le mie aspettative fossero super basse. Nel primo, invece, l'atmosfera natalizia la fa veramente da padrona ed è tutto quello che serve per entrare nel giusto spirito delle feste.



Il calendario di Natale / The Holiday Calendar
Debbo dire che questo, secondo me, è un gradino sopra agli altri come qualità. C'è un fantastico cast e la storia è deliziosa: un nonno regala alla propria nipote fotografa un calendario dell'avvento antico che si rivela essere, in un qualche modo, magico. Gliene accadranno di ogni, finché, come da commedia romantica natalizia che si rispetti, si accorgerà che il vero amore era sempre stato di fronte a lei. Penso debba uscire un secondo capitolo di questo film ma non ne sono del tutto certa. Mi farebbe piacere rivedere questi personaggi.



Un'eredità per Natale / Christmas Inheritance
Qui abbiamo praticamente degli attoroni, signori: Eliza Taylor (The 100) e Jake Lacy (Girls) sono i protagonisti di questa tipica commedia romantica in cui lei, una ricca viziatona, viene mandata dal padre in una cittadina sperduta nel nulla dove conosce lui, tipico manly man di provincia che le farà capire quale sia il vero senso della vita e delle feste natalizie. 



Nei panni di una principessa / The Princess Switch
Terminiamo con due film che vedono come protagonista Vanessa Hudgens. Il primo è questo, in cui lei addirittura interpreta due diverse ragazze: una pasticcera che si scambia di posto e di identità con una principessa di un regno ridicolo (hanno tutti gli stessi nomi: Aldovia, Genovia, Belgravia e bla bla). Si scambiano i ruoli ed entrano ognuno nella parte dell'altra ingannando tutti e, ovviamente, si innamoreranno dei personaggi maschili della vita dell'altra. 



Un cavaliere per Natale / The Knight Before Christmas
Qui invece Vanessa Hudgens è una povera maestra di un paesino misero che è stata tradita dal suo ex e all'improvviso compare nella sua vita un giovane aitante che dice di essere un cavaliere di Norwich, Inghilterra proveniente dal Milletrecento. I due passano i giorni precedenti al Natale perennemente insieme, tra varie peripezie e gag varie in cui lui cerca di adattarsi al mondo contemporaneo. Anche qui, direi, potete già immaginare come andrà a finire. 



Ecco, questo è quanto. Ne vedo ormai talmente tanti di questi film ogni anno che perdo il conto e mi sembra di averli già visti tutti un milione di volte ma la verità è che molto spesso le storie sono talmente simili che si tende a confonderli. In ogni caso mi guarderei film commedie romanticone di Natale dal primo di Novembre fino a Natale, fosse per me. Perché mi piace vedere i set completamente decorati con alberi, luci, presepi, Babbi Natali ecc.. mi mettono pace ed allegria. E, specialmente a Natale, secondo me c'è bisogno di certezze e storie felici. 

venerdì 2 agosto 2019

Series Review: The OA - Part II

Sono mesi che scrivo e riscrivo cose riguardo la parte seconda di una delle mie serie preferite del momento e di sempre, The OA. Ho provato e riprovato a fare una sorta di introduzione in cui riassumo un po' quello che succede nella serie, accorgendomi sempre di più che era una missione impossibile farlo se non essendo molto sbrigativi e tralasciando molti subplots che però sono ugualmente importanti. Inoltre risulta impossibile essere poco prolissi, rischiando quindi di fare un resoconto troppo minuzioso di ogni singolo episodio, in cui succedono sempre molte cose.

Quello che Brit Marling e Zal Batmanglij hanno creato è letteralmente un universo, parallelo al nostro, in cui tanto di quello che vediamo è estremamente poco casuale e in cui ogni singola cosa ha un significato, una funzione, un rimando a qualcos'altro. Se l'atmosfera nella Parte I (uscita, ve lo ricordo, ormai nel 2016) era cupa, con una fotografia desaturizzata, qui invece veniamo catapultati in una San Francisco coloratissima e vivace. Non so spiegarvi realmente il perché, ma nella Parte II si ha da subito la sensazione di non essere nella stessa realtà, nella stessa dimensione della stagione scorsa. E non intendo solo per il cambio di ambientazione: c'è già qualcosa di profondamente diverso dai primi minuti della prima puntata. Innanzitutto ci viene subito presentato un nuovo personaggio: Karim Washington, un detective privato che viene ingaggiato da un'anziana signora vietnamita che lo ingaggia per ritrovare la nipote scomparsa.

Se nella Parte I tutto era visto attraverso gli occhi di Prairie e raccontato dal suo unico punto di vista che, nell'ultima puntata, veniva totalmente messo in discussione, qui invece ci ritroviamo fin da subito a dover conoscere un nuovo personaggio e, col proseguire delle puntate, vediamo come ci siano tre filoni narrativi che poi andranno ad incontrarsi nel climax dell'ultima puntata. Abbiamo dunque Karim con la sua ricerca di Michelle che lo porta a scontrarsi con una realtà piuttosto distorta in cui un magnate di San Francisco riesce a coinvolgere dei ragazzini tramite un app per sviluppare il suo progetto; poi ritroviamo la nostra protagonista Prairie che, tuttavia, non è più lei perché in questa realtà è nata e rimasta Nina Azarova, compagna del magnate del web su cui Karim sta indagando e che si ritroverà ancora una volta prigioniera del dottor Hap insieme ai suoi vecchi compagni di prigionia; e infine, nella realtà parallela, ritroviamo i ragazzi di Crestwood che non riescono più ad andare avanti normalmente nella loro vita dopo essere sopravvissuti al mass shooting della loro scuola.



Una delle caratteristiche più belle e intriganti di questa serie è quella di trovare indizi e rimandi in ogni frame: non solo in questa stagione cerchiamo di seguire Karim nelle sue indagini e trovare un senso a tutto quello che scopre di volta in volta, ma vediamo anche tutte le connessioni con la stagione precedente (l'ospedale psichiatrico di Treasure Island di cui Hap è capo non è altro che l'ambientazione della near death experience che Homer aveva avuto durante la prigionia nell'altra dimensione). Ammetto che seguire gli eventi di questa stagione, visto che è stata messa tanta carne al fuoco rispetto alla stagione precedente, sia stata un'impresa e che ho avuto bisogno di rivedere la serie un paio di volte per afferrare qualche passaggio che ad una prima visione mi era sfuggito (ad esempio, tanto per farvi capire quanto io possa essere superficiale, ho notato che nella 2x05 dopo che Homer ha un sogno -premonitore?- di lui che cerca la pelle di OA, si sveglia con una visibile erezione e da lì in poi guarderà Nina/OA sotto una luce diversa). Ma, onestamente, ero contenta di rivederla e rivederla perché The OA è una serie che fa pensare, che fa riflettere e, cosa molto importante, è molto emotiva. I personaggi, inoltre, sono molto sfaccettati perché anche Hap (che è il cattivo della situazione) può essere compreso: probabilmente nella sua situazione anche noi sceglieremmo di sfruttare le persone per arrivare a capire come è formato il multiverso, soprattutto una volta che si trova il metodo per cambiare dimensione.



Parliamo brevemente dell'episodio finale. Giuro che la prima volta che l'ho visto sono rimasta letteralmente sconvolta per circa un'ora anche dopo che era finito. E' chiaro che la dimensione in cui OA è arrivata insieme a Hap sia la near death experience di Scott, ma il solo fatto di aver pensato di utilizzare la nostra reale dimensione (anche se non coincide del tutto perché Brit Marling e Jason Isaacs non sono sposati) come setting per la prossima stagione è geniale, contorto e assolutamente intrigante. Quando ho sentito Jason Isaacs parlare col suo vero accento britannico ho avuto un momento di perdizione e non ci stavo più capendo niente. Netflix non ha ancora rinnovato The OA per la terza stagione ma io spero che lo facciano. Onestamente il mondo dello spettacolo ha bisogno di gente come Brit Marling e Zal Batmanglij che sanno dare vita a storie accattivanti ma allo stesso tempo profonde e intrise di significato che ci fanno sempre un po' riflettere sul senso dell'esistenza terrena.


venerdì 14 giugno 2019

Series Review: It's Bruno!

Spero che tutti abbiate visto questa fantastica mini serie Netflix chiamata It's Bruno! con tanto di punto esclamativo, perché il punto esclamativo ci vuole proprio. Composta da otto episodi di brevissima durata (il più lungo, che è l'ultimo, dura 20 minuti) è la creazione di Solvan "Slick" Naim, che nel telefilm interpreta il protagonista, Malcolm. E infatti quello che vediamo sullo schermo è proprio Bruno, il suo vero cane. L'idea per questa serie, a quanto pare, gli è nata proprio mentre faceva delle foto a Bruno e ha trovato che fosse molto buffo. E da lì la sua mente ha partorito poi lo script per questa serie.

Di cosa parla It's Bruno? Di un cane e del suo padrone. Che vanno in giro per Bushwick, quartiere di Brooklyn abitato per lo più da immigrati, e danno la caccia a temibili hipster che non raccolgono la cacca del loro cane, latinos che rapiscono cagnolini per soldi o per feticcio personale. Malcolm discute animatamente anche con il proprietario di un supermercato che non fa entrare Bruno nel negozio. Poi prova a far diventare Bruno una superstar facendogli fare una pubblicità ma gli andrà male. Insomma, sono tanti escamotage in realtà molto mondani, conditi però con un sacco di humor, situazioni avvincenti ma anche assurde, al limite del grottesco. Il tutto in 10 minuti di episodio.

Giuro che quando Malcolm se la fa con la tipa che sul più bello urla il nome del cane Bruno invece del suo, sono morta dalle risate. E anche quando Malcolm va a trovare i suoi due amici sfattoni e uno dei due si fa sempre montare la gamba dal suo cane per 'aiutarlo'. Giuro che mi scompiscio. Dal punto di vista tecnico, tra le altre cose, la serie è molto ben fatta. La regia ha anche alcuni momenti di virtuosismo e il montaggio è un altro degli elementi che rende il tutto più spassoso. E poi la sigla, pur essendo molto breve, è spettacolare. Non ho ancora trovato il file mp3 per scaricarla perché la voglio come suoneria di tutto. Insomma, se avete 10 minuti al giorno da perdere, guardatevi It's Bruno! e fatevi quattro risate.


venerdì 1 febbraio 2019

Series Review: YOU

Da qualche giorno ormai ho finito una breve serie originale Netflix che avevo iniziato un po' svogliatamente a guardare la sera prima di dormire (pessima scelta di orario, temo). Non perché sia horror e neanche particolarmente thriller. Ma perché parla di stalking, ossessione e spionaggio che CIA, spòstate. 
Sto parlando dell'ormai discussa YOU, che vede come attori protagonisti Penn Badgley e Elizabeth Leil. La serie è tratta da un romanzo, pubblicato nel 2014. Leggendo qua e là sull'internet mi pare di capire che a molti è piaciuta e ad altri ha fatto schifo, dividendo un po' il pubblico. Il mio giudizio è più positivo che negativo ma se proprio dovessi dare un voto da 1 a 10 starei sulla sufficienza e un mezzo punto in più.

La trama è molto semplice, in realtà: Joe è un trentenne che abita a New York e lavora in una bellissima libreria e sviluppa un'insana ossessione per Beck, che un giorno commette l'errore fatale di andare a comprare un libro da lui. Da quel giorno Joe la seguirà OVUNQUE, e intendo ovunque. 

Il tono di questo telefilm è sicuramente (e volutamente) grottesco: infatti, nonostante la premessa sia quella di un thriller, né la regia né la sceneggiatura vanno in quella direzione. Il fatto che Joe parli, per il 90% dello show, con la voce fuoricampo che esprime i suoi pensieri, ci rende il tutto molto meno spaventoso e con rari momenti di suspance. Il punto di vista è proprio quello del carnefice, ovvero di Joe e, solo per una breve parte di un episodio, viene usato quello di Beck, illudendoci di un cambio di prospettiva che, di fatto, non avviene. Usare il point of view di Joe è stato chiaramente rischioso per i produttori della serie perché molte persone hanno visto in questa scelta una sorta di volontà di redenzione del personaggio che, secondo me, non era per niente prevista e nemmeno voluta. Alla fine della serie, se siamo normali, Joe ci schiferà moltissimo e vorremmo che facesse una fine orribile, nonostante durante il corso delle dieci puntate, abbiamo potuto comprendere l'origine del suo comportamento malato. E dico comprendere e non giustificare. 

Dal punto di vista degli attori, per me, Penn Badgley ha fatto un ottimo lavoro. Con quell'aria così smunta e quello sguardo sempre un po' borderline tra il rassicurante e l'ossessionato, ha incarnato perfettamente un personaggio profondamente turbato psicologicamente che cerca di vivere nel mondo reale secondo le proprie regole che, ovviamente solo per lui, sono quelle giuste. Certo, non mancano anche momenti da face palm e alcuni risvolti assolutamente improbabili: un esempio su tutti è quando Paco, il ragazzino che ahimè ha Joe come mentore, lo saluta al momento del suo trasloco abbracciandolo e sorridendogli quando sicuramente sa cosa ha fatto alla povera Beck. 
Beck, parliamo un attimo di lei. Credo che anche col suo personaggio sia stato fatto un buon lavoro di rappresentazione: bella ma fragile, con un potenziale che fatica a far fuoriuscire, rappresenta esattamente ogni trentenne di questi tempi che 'danza' per il mondo facendosi trasportare dagli eventi. Questo non la rende debole, ma solo vulnerabile. E purtroppo questa sua vulnerabilità è ciò che la rende vittima perfetta di un sociopatico come Joe.

Penso di aver detto tutto quello che mi ero prefissata di dire. Voi l'avete vista YOU? Vi è piaciuta, vi ha lasciato indifferenti, vi ha fatto schifo? Dite, dite!


mercoledì 19 aprile 2017

Series Review: Dirk Gently's Holistic Detective Agency

Heya, people of the interweb. In questa fredda giornata di sole volevo brevemente parlarvi di una serie Netflix che ho finito di vedere poco tempo fa. E che mi è piaciuta molto, altrimenti non starei neanche qui a parlarvene. Come il titolo anticipa, si tratta di Dirk Gently's Holistic Detective Agency. 

Questa serie è tratta dai libri di Douglas Adams e già tempo addietro la BBC ne fece una serie. Ora, io non ho mai letto niente di Adams, e non so quanto questo prodotto Netflix sia fedele ai romanzi. Quello che sicuramente ne viene fuori è un prodotto molto, molto strano. Che poi, non è tanto più strano dell'ultima serie tv che ho visto con protagonista Elijah Wood, Wilfred. Insomma, il buon vecchio Elijah ci sguazza nei ruoli bizzarri.

Ma torniamo a noi. Questa a grandi linee è la trama: Dirk Gently è un ragazzo inglese che si ritrova a Seattle per risolvere uno strano caso di omicidio e di scomparsa di una ragazzina. Dirk non è un detective nel vero senso della parola, perchè non raccoglie prove e non segue indizi precisi. Dice che tutto nell'universo è interconnesso per cui lui si troverà sempre nel posto giusto al momento giusto. Todd, un trentenne praticamente nulla facente, si ritrova ad essere il suo riluttante assistente. Insieme (e con l'aiuto di altri personaggi) risolveranno entrambi i casi.

Devo dirvi la verità, non è stato facile seguire l'intricata trama e in certi momenti non sono sicura di aver capito come Dirk e Todd siano riusciti a risolvere il caso (specialmente quando iniziano a viaggiare nel tempo). Però per quanto questo sia un prodotto essenzialmente fantascientifico, quello che veramente è essenziale sono i rapporti tra i personaggi e lo humour. Dirk Gently è un personaggio estremamente spassoso, un po' imbranato ma assolutamente adorabile. E la scelta di farlo interpretare a Samuel Barnett è azzeccatissima.

Todd è invece a volte irritante perchè pian piano che la trama si infittisce capiamo che il suo vittimismo è falso e ingiustificato. Anche in questo caso, Elijah Wood ha fatto un ottimo lavoro. Sinceramente non ho trovato nessun personaggio antipatico, per quanto buono o cattivo, e ho riso tantissimo. Penso che l'ideatore e scrittore Max Landis abbia fatto davvero un ottimo lavoro.

Alla fine di questa rocambolesca avventura posso dirvi che non vedo l'ora che esca la seconda serie, perchè Dirk Gently's Holistic Detective Agency mi ha fatto ridere, emozionare e soprattutto mi ha trasportata per 8 puntate in un mondo nuovo.





domenica 22 gennaio 2017

Series Review: 20 motivi per cui ho amato The OA

1) Brit Marling. 

2) La prima puntata mi ha sconvolta, e per un giorno intero mi ha fatto riflettere.


3) È fantascienza, è fantasy, è drammatico, è d’avventura. Insomma, non rientra in un’unica categoria, in un unico genere.


4) È una serie, ma al contempo non lo è. Un lungo film diviso in capitoli di diversa lunghezza, con la sigla che c’è ma parte a puntata finita e ti spiazza moltissimo.


5) I Movimenti mi ricordano le danze di Florence Welch nel suo ultimo album, How big how blue how beautiful.


6) C’è Riz Ahmed con i suoi grandi occhioni neri da cerbiatto.


7) È inclusivo.


8) Il finale è aperto e si offre per più di una interpretazione. Non c'è bianco e nero, solo grigio. Potrebbe esserci una seconda stagione ma anche non ci fosse, non intaccherebbe il modo in cui è terminato.


9) Come altre opere cinematografiche, riesce a consolarmi un po’ quando penso all’infinito che seguirà dopo la morte, non solo mia ma della Terra intera quando il Sole si spegnerà.


10) Da quando ho finito la visione dell’ultima puntata, non riesco a smettere di pensarci su. The OA è riuscita veramente a viaggiare attraverso le dimensioni?


11) Mi piace il quartiere dove abitano i protagonisti. È estraniante.


12) The OA non è una narratrice affidabile ma ci fidiamo lo stesso di lei. Perché riesce a farci credere in qualcosa che è più grande di noi. Ma: fin dove riusciamo a spingerci per pura e cieca fede?


13) Ho ancora in testa quelle sei note di violino che Prairie suonava da cieca.


14) Non c’è bisogno di avere un fisico bestiale per poter fare i movimenti, grazie Betty.


15) In una puntata, Buck prova i Movimenti sulla canzone All your yeahs dei Beach House.


16) Il limbo di Prairie è bellissimo.


17) The unknown is truly inside us, inside our minds.


      18) Non c'è nessuno che sia veramente buono o cattivo. Ognuno viene spinto da un sentimento più grande del semplice egoismo: questo succede per Hap, per Prairie, per Homer, per i genitori adottivi di Prairie.


      19) Vorrei veramente tanto che ci fosse una seconda stagione, perchè vorrei vedere di più dell'universo creato da Brit Marling e Zal Batmanglij

 
      20) Come diceva il poster di Mulder: I WANT TO BELIEVE.



martedì 17 gennaio 2017

Film Review: 2 days in Paris

Pochi sanno che amo moltissimo Julie Delpy per la sua interpretazione di Celine nella trilogia Linklateriana dei Before Sunrise/Sunset/Midnight. Ma nessuno sa come seleziono i film da vedere su Netflix: assolutamente a casaccio. Aggiungo moltissimi titoli alla mia lista senza entrare a leggere scheda alcuna, per cui quando ho aggiunto 2 days in Paris non sapevo neanche che la regista, la sceneggiatrice, nonché interprete principale fosse l'adorata Julie Delpy.

Dato che ultimamente non guardo moltissimi film, con mia grande sorpresa mi stupisco di quanto sia brava nella selezione casuale di pellicole da vedere. E anche con questo 2 days in Paris non mi sono smentita.

E' uno di quei film che piacciono a me: diretti, onesti, witty, esasperati e assolutamente irresistibili. Racconta di un paio di giorni nella vita di Marion e Jack, lei francese e lui americano che stanno insieme da due anni. Dopo una disastrosa vacanza a Venezia, si stanno recando a Parigi per passare qualche giorno insieme alla famiglia di Marion. La loro relazione verrà messa a dura prova.

Ogni tanto penso a quanto questa tipologia di film sia odiata da moltissima gente, amici e fidanzato inclusi. E mi ritrovo a chiedermi il perchè. Quello che probabilmente a molti non piace, al di là della semplice mancanza di "azione" nel senso più basico del termine, è vedere rappresentata la vita vera sullo schermo. Julie Delpy non è un'artista escapista, non vuole trasportarci in un'altra dimensione e farci dimenticare della nostra vita per un paio d'ore. 2 days in Paris ci mette di fronte alla nuda e cruda verità: le relazioni sono molto difficili, e basta veramente pochissimo a rovinarle. Quanto conosciamo davvero la persona con cui stiamo? Quali sono le insicurezze che ciascuno vede nell'altro che potrebbero portare ad una definitiva rottura? Sono queste le domande che questa pellicola ci pone. Senza farsi mancare scene esilaranti e assurde che rendono l'insieme molto leggero e divertente.

Il tutto, ovviamente, condito dalle fantastiche e genuine interpretazioni di Julie Delpy e Adam Goldberg in primis, e di tutti gli altri attori francesi e non (strizzatina d'occhio alla fatina Daniel Brühl). Anche dal punto di vista tecnico, la regia della Delpy è molto apprezzabile specialmente quando interviene la voce narrante che accompagna alcune scene clou nella relazione tra i due protagonisti. Tra l'altro, ancora mi stupisco di quanto Julie Delpy sia estremamente sarcastica, poetica e abile nello scrivere, specialmente in una lingua acquisita, come l'inglese. E poi è così naturalmente bella. La amo. E amo questo film.




giovedì 1 dicembre 2016

Film review: The Spectacular Now

Che freddo. Qui sotto il livello del mare fa molto freddo, non so nel resto d'Italia. Ho visto e sentito un paio di cose recentemente. Ne parlerò in questi giorni, prima di essere operata a questa schifosissima spalla a cui piace lussarsi ripetutamente. Pray for me.

Ho visto su Netflix (all hail) la scorsa settimana questo film uscito nel 2013, The Spectacular Now, che sinceramente non avevo mai molto cagato. Ma gli attori protagonisti sono Miles Teller, che ho iniziato ad adorare dopo aver visto Whiplash, e Shailene Woodley, che mi è sempre stata molto simpatica, per cui ho deciso di metterlo in lista e guardarlo.

E ho fatto bene. Mi è piaciuto molto. Se fosse un romanzo sarebbe un Bildungsroman, ma siccome è un film lo si potrebbe definire un coming-of-age, se proprio sentiamo la necessità di catalogarlo sotto un genere. E sì, io di solito sento questa necessità. E' la storia di un ragazzo che sta per finire il liceo ed essere catapultato nel famigerato mondo degli adulti (che nessuno ama, diciamoci la verità). Questo ragazzo non fa molto, specialmente da quando è finita la sua relazione con la ragazza più popolare del liceo. Fondamentalmente quello che fa è bere. Più o meno durante tutta la giornata, tutti i giorni. Il padre ha abbandonato lui, la madre e la sorella da piccoli.

Un giorno, un po' per caso e un po' per scherzo, inizia a frequentare una "brava ragazza", che lo aiuta nello studio per migliorare il suo percorso scolastico. I due s'innamorano tra lo stupore di tutti, sia gli amici di lui (che sono convinti la stia prendendo in giro) sia le amiche di lei (che, invece, sanno che lui è uno stronzo). La loro relazione diventerà sempre più solida fino a quando lui non cercherà di allontanarla, perché pensa di non meritare tutto l'amore che lei mostra nei suoi confronti.

Le cose che mi sono piaciute molto di questo film, senza considerare troppo i soliti cliché da film americano ambientato in un high school, sono le interpretazioni dei due attori protagonisti. Insomma, se ci fossero stati altri due attori al posto di Miles Teller e Shailene Woodley probabilmente questo film mi avrebbe fatto cagare.
Miles Teller, in particolare, è riuscito perfettamente ad incarnare il ragazzo tormentato del quale non comprendiamo subito i problemi: man mano che il film avanza impariamo a capirlo, a compatirlo forse, e poi anche a perdonarlo.

Insomma, è un film piuttosto onesto e con pochi fronzoli che si incentra sulle esperienze dei due protagonisti che, nonostante non siano sempre amabili, riescono a farsi accettare dallo spettatore con i loro pregi e difetti.



martedì 15 marzo 2016

Series Review: LOVE

Ohibò sono quasi due mesi che non recensisco nulla sul blog, nonostante abbia guardato un sacco di cose. E debbo ringraziare Netflix di esistere ed è infatti di un prodotto di Netflix che volevo brevemente parlare: mi riferisco a Love, serie di 10 episodi creata, tra gli altri, dal buon vecchio Judd Apatow.

L'ho aggiunta alla lista delle cose da vedere così tanto per fare, come faccio molto spesso. Però un giorno durante la mia pausa pranzo ho visto il Pilot e da lì non vedevo l'ora di tornare a casa dal lavoro per potermi sparare altre puntate. Quello che mi ha salvato dal bing-watching è stato proprio il lavoro, altrimenti l'avrei guardata in un giorno. Sono solo 10 puntate da circa 30 minuti l'una.

Questa serie di Netflix è schietta, diretta e presa direttamente dalla vita di due protagonisti che potrebbero essere un po' tutti noi (se vivessimo a Los Angeles, ovviamente) le cui vite si incrociano casualmente. Gus è il protagonista maschile ed è un ragazzo gentile e carino ma, non appena impariamo a conoscerlo meglio, capiamo che anche lui possiede un lato oscuro (infatti, oltre a mandare a puttane il suo lavoro, lo vediamo anche capace di tradire).

La protagonista femminile invece è Mickey, una ragazza bellissima quanto incasinata. Dipendente da varie sostanze, tra cui alcol e sigarette (anche modificate), e dal sesso Mickey si rivela essere una ragazza insicura e alla costante ricerca di affetto. Infatti, se all'inizio sembra la tipica ragazza sicura di sè che non ha bisogno dell'aiuto di nessun altro per riuscire a vivere soddisfatta, alla fine della serie la vediamo per quello che è: una ragazza sola che cerca solo di essere amata e fa di tutto per non sentirsi sola (tra cui cose di cui poi si pentirà).

Love, però, è molto più di una semplice serie romantica su due persone che si conoscono, si piacciono e cercano di trovare un equilibrio insieme: è uno spaccato molto divertente sul mondo un po' perverso di Hollywood e degli studios di produzione, è un ritratto molto onesto della città di Los Angeles, di cui vediamo soprattutto le zone più periferiche e sconosciute, ed è soprattutto una serie poco pretenziosa. Entra dentro la vita di Gus e Mickey e, nonostante metta in risalto i loro difetti, grazie alla sua brutale onestà non ho potuto che amarla.