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lunedì 16 dicembre 2019

Movie Review: Marriage Story

Sono passati un po' di giorni da quando nella solitudine di casa mia ho pianto lacrime amare dopo aver visto Marriage Story di Noah Baumbach. Uscito lo scorso 6 dicembre su Netflix con protagonisti Scarlett Johansson e l'uomo oggetto delle mie costanti ossessioni, Adam Driver. Ho fatto play e dopo 5 minuti stavo già piangendo. Perché, vi chiederete voi? All'inizio i due protagonisti elencano tutte le cose che amano dell'altro. E giù di lacrime, moi. So che è finzione, ma ogni cosa che Nicole dice riguardo a Charlie e quello che lui ha da dire su di lei... sono cose che hanno sempre una risonanza a livello personale.

Comunque poi, vi dico, non ho più pianto fino verso la fine del film. Quindi sono stata anche piuttosto brava, me lo dico da sola. Il film. Parliamo del film. Non sono un'esperta dei lavori precedenti di Baumbach, penso di aver visto solo Frances Ha. Quindi non vi so dire se questo è il suo lavoro migliore o il culmine della sua carriera o bla bla bla. Quello che vi posso però dire è che è un film piuttosto onesto. Se la tira un po', questo sì. Ma è onesto. Personalmente preferisco sempre le storie d'amore (o di fine di un amore) che si avvicinano di più alla mia realtà personale, avendo come protagonisti personaggi in cui mi ritrovo. Qui la cosa risulta un po' più difficile, perché Nicole e Charlie sono due persone che lavorano nel mondo dello spettacolo e vivono entrambi di arte. E di conseguenza anche i loro battibecchi, le loro conversazioni sono diverse rispetto ad una "normale" coppia. 

Non lo so, ha senso quello che ho appena scritto? Nella mia testa ce l'aveva, ma non so se l'ho espresso bene. Tuttavia, nonostante come personaggi siano un po' lontani dalla realtà quotidiana, i loro problemi di coppia... quelli sì, invece, che sono reali. Il tradimento, l'assenza di intimità, il dare per scontato l'altro, il sacrificio dei propri desideri per far funzionare il matrimonio... sono problemi molto comuni a quasi tutte quelle coppie che ormai stanno insieme da tanto. Una questione centrale nel film è la dicotomia New York - Los Angeles che potrebbe sembrare un problema da poco visto da questa parte di mondo ma, evidentemente, per gli statunitensi rimane scottante. 



Marriage Story racconta la fine di un matrimonio, attraverso le fasi legali che precedono un divorzio. Uno dei pensieri fissi che ho avuto durante la visione è stato: "Non voglio mai, mai, mai divorziare". E quindi penso che non mi sposerò mai, così sono sicura di evitarlo. Laura Dern e Ray Liotta interpretano magnificamente la parte degli spietati avvocati divorzisti che giocano con i sentimenti di chi sta passando un momento orribile nella propria relazione, insinuando il dubbio e facendo venire fuori il peggio delle persone. L'eccezione è rappresentata dall'avvocato a cui si rivolge Charlie, interpretato da Alan Alda: come detto da lui, è l'unico che tratta Charlie come fosse un essere umano. Scarlett Johansson è davvero bravissima in questo film (anche se con quei capelli assomiglia paurosamente ad Emma Thompson) e ci mostra una donna vulnerabile che cerca di far valere i propri sentimenti in un momento della sua vita pieno di incertezze. Adam Driver, che ve lo dico a fa', è sempre bravissimo per me. Una delle scene migliori è quando gli viene consegnata in maniera piuttosto goffa la lettera di divorzio dalla sorella di Nicole. L'incredulità nella sua espressione, convinto fino all'ultimo che lui e Nicole avrebbero risolto le cose fra di loro, senza ricorrere agli avvocati. E poi come canta bene per essere uno che non canta. Non sto neanche a dirvi quanto ho pianto nella scena finale quando Henry, il figlio, gli chiede di leggere la lettera. 



Non sarà forse il film dell'anno per me, ma sicuramente merita di essere visto. Anche più volte. Anche solo per sentirvi Adam Driver cantare Being Alive

venerdì 24 maggio 2019

Film Review: Paterson

Cosa succede quando un film rappresenta la vita quotidiana e ripetitiva di un uomo normale, con un lavoro ancor più normale, come l'autista di autobus? Forse per alcuni sarà noioso, ma Jim Jarmusch con Paterson dimostra che può essere poetico. 



La poesia si nasconde ovunque, scaturisce dal più insignificante oggetto (come un fiammifero) e assume diverse forme: quella classica, scritta, come Paterson ci mostra durante tutto il film, ma anche quella che si palesa come espressione artistica dinamica, che trova sempre nuovi stimoli, come invece rappresentato dalla moglie Laura. Sono una coppia strana, Paterson e Laura: lui va al lavoro tutti i giorni eseguendo sempre le stesse, ripetitive azioni mentre lei sta a casa a fare una miriade di cose creative: dipinge (muri, vestiti, quadri), cucina, impara a suonare la chitarra, canta. Una coppia in realtà normale, ma composta da due persone a loro modo peculiari. Paterson passa ogni momento libero a scrivere poesie, ispirato dal luogo in cui vive che ha ospitato negli anni importanti personaggi, tra cui anche il grande poeta William Carlos Williams. Paterson e Laura sono una coppia giovane, che capisce l'importanza di sostenersi a vicenda non solo nella faccende quotidiana ma, soprattutto, negli interessi individuali. 


C'è poesia in ogni scena, in Paterson. Ma non solo: c'è anche tanto amore. Nei piccoli gesti quotidiani: Paterson che ogni mattina appena sveglio bacia con dolcezza la moglie, lei che ogni giorno gli prepara un pranzo molto personalizzato, lui che immancabilmente porta fuori il cane nonostante non si stiano simpatici a vicenda, lei che cerca di rendere fiero il marito con ogni suo sforzo creativo e lo incita a pubblicare le sue poesie. 


Prima ho menzionato gli interessi individuali della coppia. Penso che questo elemento sia rappresentato al meglio nel film: Paterson e Laura rimangono individui nella loro quotidianità (lui va sempre al solito bar la sera), lei rimane a casa a coltivare con passione ogni sua idea creativa. Sono individui nei loro piccoli rituali, non perdono loro stessi nella coppia, annullandosi. Coesistono con le loro rispettive personalità insieme, trovando un loro equilibrio. E, credo che, alla fine, la vera poesia risieda proprio qui.