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venerdì 24 maggio 2019

Film Review: Paterson

Cosa succede quando un film rappresenta la vita quotidiana e ripetitiva di un uomo normale, con un lavoro ancor più normale, come l'autista di autobus? Forse per alcuni sarà noioso, ma Jim Jarmusch con Paterson dimostra che può essere poetico. 



La poesia si nasconde ovunque, scaturisce dal più insignificante oggetto (come un fiammifero) e assume diverse forme: quella classica, scritta, come Paterson ci mostra durante tutto il film, ma anche quella che si palesa come espressione artistica dinamica, che trova sempre nuovi stimoli, come invece rappresentato dalla moglie Laura. Sono una coppia strana, Paterson e Laura: lui va al lavoro tutti i giorni eseguendo sempre le stesse, ripetitive azioni mentre lei sta a casa a fare una miriade di cose creative: dipinge (muri, vestiti, quadri), cucina, impara a suonare la chitarra, canta. Una coppia in realtà normale, ma composta da due persone a loro modo peculiari. Paterson passa ogni momento libero a scrivere poesie, ispirato dal luogo in cui vive che ha ospitato negli anni importanti personaggi, tra cui anche il grande poeta William Carlos Williams. Paterson e Laura sono una coppia giovane, che capisce l'importanza di sostenersi a vicenda non solo nella faccende quotidiana ma, soprattutto, negli interessi individuali. 


C'è poesia in ogni scena, in Paterson. Ma non solo: c'è anche tanto amore. Nei piccoli gesti quotidiani: Paterson che ogni mattina appena sveglio bacia con dolcezza la moglie, lei che ogni giorno gli prepara un pranzo molto personalizzato, lui che immancabilmente porta fuori il cane nonostante non si stiano simpatici a vicenda, lei che cerca di rendere fiero il marito con ogni suo sforzo creativo e lo incita a pubblicare le sue poesie. 


Prima ho menzionato gli interessi individuali della coppia. Penso che questo elemento sia rappresentato al meglio nel film: Paterson e Laura rimangono individui nella loro quotidianità (lui va sempre al solito bar la sera), lei rimane a casa a coltivare con passione ogni sua idea creativa. Sono individui nei loro piccoli rituali, non perdono loro stessi nella coppia, annullandosi. Coesistono con le loro rispettive personalità insieme, trovando un loro equilibrio. E, credo che, alla fine, la vera poesia risieda proprio qui. 







giovedì 2 maggio 2019

Film Review: Star Wars -The Last Jedi e la cattiveria gratuita dei social

Vi sarà capitato (o forse no, se non avete Twitter) di vedere nel profilo del regista Rian Johnson, che ha scritto e diretto l'Episodio VIII di Star Wars - The Last Jedi, una serie di menzioni in cui lo distruggono. Letteralmente. Gliene vengono dette di tutti i colori, perché secondo molti ha rovinato la saga di Star Wars. E non si risparmiano in insulti, meme più o meno offensivi, denigrazioni di ogni tipo. Per cosa? Per un prodotto del suo lavoro, a cui ha dedicato per anni il suo tempo e le sue capacità. Johnson ci scherza su e sembra non prendersela in maniera particolare però chi lo sa cosa ne pensa realmente. Per non parlare poi di quello che ha dovuto subire Kelly Marie Tran, che nel film interpreta Rose. Vergognoso. 

Ma guardiamo velocemente anche dal punto di vista della critica, cosa dicono quelli del mestiere del film? Su Rotten Tomatoes ha una percentuale di apprezzamento del 91%, su Metacritic dell'86% e sulla maggior parte delle testate giornalistiche internazionali è stato recensito in maniera positiva, se non entusiastica. 

Io ero solo una bambina quando è uscito La minaccia fantasma di George Lucas, e non so se all'epoca il film fosse stato accolto alla stregua di quest'ultimo o se non ce ne fosse la percezione perché i social networks ancora non esistevano. Fatto sta che tuttora l'Episodio I, realizzato dal creatore originale della saga, è quello più odiato e non solo per motivi validi, ma anche per sciocchezze piuttosto frivole, come la creazione del povero Jar Jar Binks. 
Tuttavia, i due film non sono neanche comparabili: non stanno proprio sullo stesso livello, non è neanche lo stesso campo da gioco (cit. Jules). Sì, per entrambi le aspettative erano altissime e in ballo c'erano le possibilità di proseguire, idealmente con crescente successo, con la saga. Però il film di Johnson parte già da un gradino molto più alto, sia a livello di sceneggiatura che di regia.

Diciamoci la verità, con l'Episodio VII The Force Awakens, JJ Abrams ha giocato e vinto facile. A me piace tantissimo, non sto dicendo questo, ma è comunque ricalcato (molto) sul primo film della saga, A new hope. E' innegabile. Certo, JJ ha buttato in qua e là nel film qualche indizio che sembrava portasse ad altre rivelazioni nel capitolo successivo che, per molti, sono state insoddisfacenti. Una su tutte: chi sono i genitori di Rey? Forse JJ aveva in mente altro, o forse no, ma Rian Johnson ha dato seguito a questo indizio, risolvendolo nel suo capitolo in una scena molto ben recitata e piuttosto carica di emozioni in cui Kylo Ren fa ammettere a Rey la verità sui suoi genitori che, in fondo, lei ha sempre saputo. Non erano nessuno, feccia della società che ha abbandonato la figlia per soldi.


The Last Jedi ha il grande pregio di alternare in maniera abile le scene di pathos, i momenti di comic relief e i combattimenti sia tra navi spaziali che corpo a corpo. La scena dell'uccisione di Snoke nella stanza del trono in cui Rey e Kylo Ren/Ben Solo combattono insieme è una delle migliori di tutta la saga. Non si può non ammetterlo.


In un saggio molto ben fatto e pensato, Michael Tucker ci spiega come The Last Jedi sia il capitolo della saga in cui, finalmente, si cerca di "forzare" un cambiamento. Al contrario del creatore del video, io non mi sono dovuta costringere a riguardare il film per la seconda volta (anzi, al contrario, è uno dei film della saga nuova che riguardo più volentieri, insieme a Rogue One). Come spiega molto chiaramente Michael nel video, The Last Jedi ha risposto alle domande lasciate sospese alla fine del precedente capitolo, ma solo a quelle che riteneva valide ed è riuscito ad illustrare il viaggio intrapreso da ogni personaggio in maniera completa. Ed è proprio qui che, secondo me, risiede la forza di questo film.



Rian Johnson ha deliberatamente scelto di non dare al pubblico quello che si aspettava, preferendo una sceneggiatura in gran parte innovativa che cerca di "liberarsi" dal fardello del passato per poter, forse, intraprendere una nuova strada. Come da accordi iniziali, Johnson non ha preso parte alla creazione e produzione dell'Episodio IX, in uscita questo dicembre. Vedremo, dunque, a fine anno come avranno deciso di far finire questa nuova trilogia che, almeno per quanto mi riguarda, non ha fatto altro che consolidare il mio amore per l'universo di Star Wars.


sabato 26 maggio 2018

Film Review: Dogman

Ieri sera ho deciso che era un buon momento per andare al cinema in solitaria a vedere Dogman, di Matteo Garrone. Sono sempre stata molto esterofila nei miei gusti cinematografici, ma ultimamente la mia anima ha sete di cinema italiano. Tutto è in realtà cominciato una sera di qualche mese fa: ero ammalata, non riuscivo a dormire e ho guardato su Rai Movie un film di Francesca Archibugi, Il nome del figlio. So che è il remake di un film francese ma mi è piaciuto davvero molto. E ho iniziato a chiedere a me stessa la ragione per cui non guardo più spesso film italiani. Non ho trovato risposta. Sarà che è da quando ho quattordici anni che studio intensamente le lingue straniere e per impararle meglio guardo cose in lingua originale, sarà che tutto ciò che viene fatto altrove sembra sempre avere un fascino maggiore.. non lo so. Fatto sta che ora voglio recuperare molto del cinema nostrano perché sono molto indietro e terribilmente ignorante a riguardo.

Tutto questo preambolo per dire che io di Garrone non ho mai visto niente: neanche Gomorra o Tale of Tales. Nada. Ma Dogman mi aveva già attirata dal trailer e poi quando ho visto Marcello Fonte che ha vinto il premio come miglior attore a Cannes e la genuinità del suo discorso...non ho potuto fare a meno di recuperarlo al cinema.

Vado al cinema senza leggere trama né sapere niente del fatto di cronaca a cui Dogman è liberamente ispirato. E con gli occhi lucidi esco dalla sala uccisa nei sentimenti.

Dogman è un film sulla desolazione, sul senso di impotenza, sul sentirsi piccoli all'interno del mondo in cui si vive. E queste sensazioni ti rimangono addosso perché Marcello Fonte non sembra nemmeno un attore. E' talmente genuino nella sua interpretazione che manca quel distacco emozionale che normalmente c'è nei confronti di un personaggio tutt'altro che perfetto. Il protagonista Marcello non è né un eroe né un antieroe. E' una persona normale che subisce la violenza psicologica di Simone e non riesce a trovare un modo per liberarsi da questa sorta di Sindrome di Stoccolma che lo lega a lui. La scena in cui Marcello è dalla polizia che lo intima di firmare la dichiarazione che gli permette di non andare in prigione è una delle scene più strazianti di tutto il film. Cruda, diretta, semplice ma potente. Negli occhi di Marcello si legge ogni suo pensiero senza che nessuna parola venga detta. Noi lo capiamo ma al contempo vorremmo dirgli: "Marcé, ripigliati! Non fare il coglione!". Noi non lo possiamo amare come lo ama sua figlia ma non lo riusciamo neanche ad odiare perché Marcello non è cattivo o codardo, è solo impotente nei confronti di una figura che lo usa soprattutto dal punto di vista emotivo per i suoi beceri scopi. Vuole solo essere amato.

Il luogo in cui è ambientato ha il potere di immergere il film in una dimensione tutta sua, che sta in equilibrio tra la distopia e la realtà. Alla fine Marcello vuole solo far vedere ai suoi la sua grande opera, sperando così di riconquistare la loro fiducia e la loro amicizia e quando sembra tanto così dal riuscirci scopriamo che, ancora una volta, è da solo. Da solo nel dolore, da solo nella riuscita di un piano che stava per fallire, da solo nel senso di liberazione. Da solo come un cane. Anzi no, da solo con il suo cane, il suo "amore!"



martedì 13 febbraio 2018

Film Review: Documentari

Buongiorno mondo dell'internet, oggi vorrei brevemente parlare di alcuni documentari che mi sono molto piaciuti e che ho visto negli ultimi mesi. Direi che quasi tutti sono reperibili su Netflix.
Debbo ammettere che negli anni addietro non ho mai molto considerato l'esistenza dei documentari, però a volte capita che io abbia voglia di vedere qualcosa che non sia finzione e così ho iniziato ad approcciarmi al genere.
Detto ciò, iniziamo con la lista.

What happened, Miss Simone?
Questo bellissimo documentario, che infatti fu anche candidato agli Oscar, tratta della vita di Nina Simone. Lo fa in maniera schietta, alternando immagini e riprese di repertorio ad interviste. C'è anche molta musica, ovviamente, e per chi ama Nina Simone direi che è quasi una visione obbligatoria. Nina era una persona forte ma disturbata, e ha cercato per tutta la vita di essere compresa e amata. Magari non ci sarà totalmente riuscita, specialmente con le persone che le stavano accanto, ma ci ha provato duramente.



Heaven adores you
Heaven adores you è un documentario su Elliott Smith, uno dei miei artisti preferiti in assoluto di sempre. Anche qui si alternano immagini e video di repertorio, con tantissimo footage di concerti di Elliott, ad interviste ad amici, parenti e colleghi musicisti. Quello che ne viene fuori è un ritratto piuttosto onesto di Elliott: era una persona complicata ma estremamente simpatica e vivace, schietta ma anche riservata. Non c'è dubbio che il cielo lo adora.



Expedition happiness
Questo documentario tedesco è stato da poco aggiunto su Netflix nella sua versione inglese. Racconta l'avventura di due giovani ragazzi tedeschi che decidono di intraprendere col loro cane un viaggio alla scoperta del continente americano. Trasformano un vecchio scuolabus in una vera e propria casa su ruote e partono alla volta di Canada, Stati Uniti, Centro America. Nonostante il loro progetto fosse quello di arrivare fino in Argentina, hanno dovuto cambiare piani a seguito della malattia del loro cane. Bellissime anche le musiche originali della protagonista, in arte Mogli.



Minimalism
In questi ultimi tempi vi sarà sicuramente capitato di sentire spesso parlare di minimalismo. Per alcuni è diventato uno stile di vita, ed è quello che ci viene raccontato in questo documentario che segue appunto la vita di alcune persone che hanno adottato il minimalismo in molti aspetti della loro quotidianità. Onestamente il film in sè non è super bello, a tratti è piuttosto noioso. Ma le idee che vengono presentate sono sicuramente interessanti. Il messaggio che alla fine cerca di far passare è quello di cercare di vivere consumando meno e focalizzandosi su ciò che è veramente importante, ovvero i rapporti umani.
Se vi appassiona il tema dello stile di vita minimal, vi consiglio di seguire sui vari canali social Trash is for tossers.



Sustainable
Chi mi conosce sa che amo l'ambiente e la cosiddetta sustainability. Quindi non potevo bypassare questo documentario americano. Devo dire che è bellissimo, a tratti commovente. Segue le vicende di alcune famiglie di agricoltori e allevatori americani intorno alla zona di Chicago, che hanno fatto della loro attività un mezzo per generare non solo prodotti di alta qualità ma anche posti di lavoro che siano al contempo etici e appaganti. Il film è molto bello non solo perchè insegna moltissimo sulle tecniche agricole e sull'importanza della varietà dei prodotti che la terra può offrire senza ricorrere alle coltivazioni estensive, ma anche perchè mette al centro i rapporti umani che si creano attraverso la sostenibilità. Ve lo consiglio caldamente.


E questo è quanto, gente. Alla prossima!

lunedì 29 gennaio 2018

Movie Review: La mia sui film candidati all'Oscar (parte I)

Ossequi, gente. Le sere della settimana appena trascorsa sono state utili per iniziare il mio recupero dei film candidati all'Oscar (s'intende come migliore pellicola). 
Riguardiamo velocemente quali sono: The shape of water, Dunkirk, Lady Bird, Call me by your name, Three Billboards outside Ebbing, Missouri, Darkest Hour, The phantom thread, Get Out, The Post. 

Di questi, per ora, ne ho visti cinque. Per cui questa è la mia personale classifica provvisoria. 

5. Darkest Hour
In tutta onestà non avrei guardato questo film se non per vedere in che misura la candidatura di Gary Oldman come migliore attore fosse giustificata. E' stato indubbiamente bravo, camaleontico. Il film, tuttavia, non l'avrei personalmente inserito nella categoria più ambita. E' ben fatto, tratta di un periodo storico molto circoscritto, e si ricollega (come se fosse un puzzle di 'ricostruzioni storiche' della Seconda Guerra Mondiale) al Discorso del Re e a Dunkirk. Oldman è stato indubbiamente molto abile nel ritrarre Churchill come un uomo consapevole del suo compito ingrato ma anche, e soprattutto, come un normale uomo anziano inglese. 

4. Dunkirk
Ricordo di essere andata al cinema quest'estate in solitudine a vederlo, una sera finito il lavoro. E' stata un'esperienza bellissima, non penso che chi l'ha visto su un pc o sul televistore abbia potuto comprendere la grandezza di questo film. Mette un senso di ansia veramente tangibile, mi ricordo di aver pensato durante la visione: "Questa è l'esatta rappresentazione visiva e sensoriale di cosa vuol dire essere in trappola e sapere che non c'è una via d'uscita se non morendo". Quindi trovo che la sua candidatura sia più che giusta e, onestamente, anche quella di Nolan come regista. 

3. Lady Bird
Sinceramente non so se questa candidatura sia stata fatta solo per motivi "politici". Lady Bird è sicuramente un bel film, recitato molto bene. Un coming of age in cui mi sono identificata tantissimo. Mi ha veramente fatto rivivere i momenti più strani della tarda adolescenza, in cui si crede di sapere quello che si sta facendo e lo si porta avanti con una convinzione che, superata quella fase, è difficile ritrovare. Penso che Saoirse Ronan abbia saputo veramente incarnare alla perfezione quel senso di angst tipico dell'età in cui si è a metà tra il voler essere ancora cullata dalle braccia dei genitori e l'odore di indipendenza assoluta che si respira una volta finiti gli studi. 

2. Three Billboards outside Ebbing, Missouri
Prima di vedere il film che occupa il numero uno nella mia classifica, credevo che Three Billboards sarebbe finito sul gradino più alto del podio. Mi è piaciuto da impazzire. E' scritto, recitato e girato benissimo. Frances McDormand è veramente, e lo dico in maniera convinta, l'attrice più brava della sua generazione. Stesso discorso vale per Sam Rockwell, lo amo. Entrambi sono riusciti a dare talmente tante sfaccettature a questi due personaggi, che è impossibile definirli con un solo aggettivo. La storia, poi, è al contempo vecchia e nuova; mi spiego meglio: le situazioni descritte sono purtroppo una realtà quotidiana ma il modo e, talvolta, la leggerezza con cui vengono trattate sono una boccata di aria fresca. Grande film, davvero.



1. Call me by your name
Ma poi è arrivato il momento di vedere questo. Mentirei se dicessi che è stato amore a prima vista, perchè così non è stato. Confesso che per i primi venti minuti non ho gridato al capolavoro anche se stavo apprezzando la visione. E, chi mi conosce lo sa, non mi piace essere campanilista a tutti i costi (d'altronde sono tuttora convinta che l'Oscar a Sorrentino per La grande bellezza sia stato rubato a The broken circle breakdown) soprattutto perchè di Guadagnino penso di aver visto solo Melissa P. e non me lo ricordo per niente. Ma, ed è un grande ma, non riesco a smettere di pensare a quanto sia bello Call me by your name. E' stupendo. E' un'opera piena di sentimento, di emozioni, di silenzi, di sole estivo, di musica, di amore, di comprensione, di disperazione soffocata. Tutto è bello in questo film: l'ambientazione (quella villa mi rimarrà per sempre nel cuore), il modo in cui l'arte pervade ogni momento, i genitori di Elio e il rapporto di amore e comprensione che hanno col figlio. 
Ho amato tutte le interpretazioni: chapeau per i due protagonisti, Hammer e Chalamet, ma anche per Stuhlbarg, che mi ha fatto versare lacrime nel monologo finale. Rimane un mistero per me, il motivo per cui Guadagnino non sia stato candidato all'Oscar come miglior regista perchè, onestamente, ci stava tutto. 



E questo è quanto, per ora. Ci rivediamo per la seconda parte, in cui scriverò due righe sugli altri film candidati all'Oscar. 

martedì 17 gennaio 2017

Film Review: 2 days in Paris

Pochi sanno che amo moltissimo Julie Delpy per la sua interpretazione di Celine nella trilogia Linklateriana dei Before Sunrise/Sunset/Midnight. Ma nessuno sa come seleziono i film da vedere su Netflix: assolutamente a casaccio. Aggiungo moltissimi titoli alla mia lista senza entrare a leggere scheda alcuna, per cui quando ho aggiunto 2 days in Paris non sapevo neanche che la regista, la sceneggiatrice, nonché interprete principale fosse l'adorata Julie Delpy.

Dato che ultimamente non guardo moltissimi film, con mia grande sorpresa mi stupisco di quanto sia brava nella selezione casuale di pellicole da vedere. E anche con questo 2 days in Paris non mi sono smentita.

E' uno di quei film che piacciono a me: diretti, onesti, witty, esasperati e assolutamente irresistibili. Racconta di un paio di giorni nella vita di Marion e Jack, lei francese e lui americano che stanno insieme da due anni. Dopo una disastrosa vacanza a Venezia, si stanno recando a Parigi per passare qualche giorno insieme alla famiglia di Marion. La loro relazione verrà messa a dura prova.

Ogni tanto penso a quanto questa tipologia di film sia odiata da moltissima gente, amici e fidanzato inclusi. E mi ritrovo a chiedermi il perchè. Quello che probabilmente a molti non piace, al di là della semplice mancanza di "azione" nel senso più basico del termine, è vedere rappresentata la vita vera sullo schermo. Julie Delpy non è un'artista escapista, non vuole trasportarci in un'altra dimensione e farci dimenticare della nostra vita per un paio d'ore. 2 days in Paris ci mette di fronte alla nuda e cruda verità: le relazioni sono molto difficili, e basta veramente pochissimo a rovinarle. Quanto conosciamo davvero la persona con cui stiamo? Quali sono le insicurezze che ciascuno vede nell'altro che potrebbero portare ad una definitiva rottura? Sono queste le domande che questa pellicola ci pone. Senza farsi mancare scene esilaranti e assurde che rendono l'insieme molto leggero e divertente.

Il tutto, ovviamente, condito dalle fantastiche e genuine interpretazioni di Julie Delpy e Adam Goldberg in primis, e di tutti gli altri attori francesi e non (strizzatina d'occhio alla fatina Daniel Brühl). Anche dal punto di vista tecnico, la regia della Delpy è molto apprezzabile specialmente quando interviene la voce narrante che accompagna alcune scene clou nella relazione tra i due protagonisti. Tra l'altro, ancora mi stupisco di quanto Julie Delpy sia estremamente sarcastica, poetica e abile nello scrivere, specialmente in una lingua acquisita, come l'inglese. E poi è così naturalmente bella. La amo. E amo questo film.




giovedì 1 dicembre 2016

Film review: The Spectacular Now

Che freddo. Qui sotto il livello del mare fa molto freddo, non so nel resto d'Italia. Ho visto e sentito un paio di cose recentemente. Ne parlerò in questi giorni, prima di essere operata a questa schifosissima spalla a cui piace lussarsi ripetutamente. Pray for me.

Ho visto su Netflix (all hail) la scorsa settimana questo film uscito nel 2013, The Spectacular Now, che sinceramente non avevo mai molto cagato. Ma gli attori protagonisti sono Miles Teller, che ho iniziato ad adorare dopo aver visto Whiplash, e Shailene Woodley, che mi è sempre stata molto simpatica, per cui ho deciso di metterlo in lista e guardarlo.

E ho fatto bene. Mi è piaciuto molto. Se fosse un romanzo sarebbe un Bildungsroman, ma siccome è un film lo si potrebbe definire un coming-of-age, se proprio sentiamo la necessità di catalogarlo sotto un genere. E sì, io di solito sento questa necessità. E' la storia di un ragazzo che sta per finire il liceo ed essere catapultato nel famigerato mondo degli adulti (che nessuno ama, diciamoci la verità). Questo ragazzo non fa molto, specialmente da quando è finita la sua relazione con la ragazza più popolare del liceo. Fondamentalmente quello che fa è bere. Più o meno durante tutta la giornata, tutti i giorni. Il padre ha abbandonato lui, la madre e la sorella da piccoli.

Un giorno, un po' per caso e un po' per scherzo, inizia a frequentare una "brava ragazza", che lo aiuta nello studio per migliorare il suo percorso scolastico. I due s'innamorano tra lo stupore di tutti, sia gli amici di lui (che sono convinti la stia prendendo in giro) sia le amiche di lei (che, invece, sanno che lui è uno stronzo). La loro relazione diventerà sempre più solida fino a quando lui non cercherà di allontanarla, perché pensa di non meritare tutto l'amore che lei mostra nei suoi confronti.

Le cose che mi sono piaciute molto di questo film, senza considerare troppo i soliti cliché da film americano ambientato in un high school, sono le interpretazioni dei due attori protagonisti. Insomma, se ci fossero stati altri due attori al posto di Miles Teller e Shailene Woodley probabilmente questo film mi avrebbe fatto cagare.
Miles Teller, in particolare, è riuscito perfettamente ad incarnare il ragazzo tormentato del quale non comprendiamo subito i problemi: man mano che il film avanza impariamo a capirlo, a compatirlo forse, e poi anche a perdonarlo.

Insomma, è un film piuttosto onesto e con pochi fronzoli che si incentra sulle esperienze dei due protagonisti che, nonostante non siano sempre amabili, riescono a farsi accettare dallo spettatore con i loro pregi e difetti.



lunedì 25 gennaio 2016

Film Review: Spring Breakers

Avevo questo film in lista su Netflix da quando mi sono iscritta e finalmente l'ho recuperato una settimana fa, più o meno. Ho fatto male ad aspettare così tanto, mi è piaciuto molto più di quanto mi aspettassi.

Quattro amiche sexy, giovani e cazzone riescono a racimolare quanto dovuto per passare lo Spring Break alla famosa omonima festa in Florida, dove si beve, si balla e ci si sballa dalla sera alla mattina perennemente indossando solo il costume da bagno. Durante un festino in hotel, dove scorrono fiumi di alcol e droga, le quattro belle ragazze vengono arrestate. Al processo, la loro cauzione viene pagata dal gangster/rapper Alien. Da quel momento in poi, il viaggio prende una piega inaspettata e il gruppo di ragazze inizia a non essere più così compatto come all'inizio.

Spring Breakers is the new Thirteen. Le protagoniste sono quattro bellissime ragazze a cui interessa solo divertirsi, nel senso più "basso" del termine. Sono al college ma a nessuna di loro interessa molto quello che fanno (ne è un esempio la scena in cui durante una lezione, disegnano cazzi sul quaderno come se fossero alle medie).

Quello che mi ha particolarmente colpito del film, e mai l'avrei immaginato, sono le quattro protagoniste. Vanessa Hudgens, in particolare, mi ha veramente convinta nella sua interpretazione. Io ero rimasta ad High School Musical, fate voi. Qui invece incarna benissimo il personaggio di Candy, perchè effettivamente ci fa venire qualche dubbio (lecito) sulla sua salute mentale. Non è apertamente psicolabile o cosa, ma ha giusto qualche punta di follia nel comportamento che ce lo fa sospettare. Bravissima Hudgens.

Un'altra cosa interessante di Spring Breakers, oltre al lato puramente sociologico, è il personaggio di Alien, interpretato magistralmente da un irriconoscibile James Franco. Alien da quando è nato ha avuto, e continua ad avere, un solo obbiettivo: diventare ricco e potente. Ma sembra che la sua ricchezza e il suo stuolo di armi, di cui fa grande sfoggio sulla testiera del letto, non gli bastino mai. Neanche quando riesce ad avere sempre insieme a sé quelle bellissime ragazze che, nonostante la giovane età, sembrano riuscire a tenerlo sotto scacco col loro fascino e con la loro attitudine.

Comunque la scena più grottesca, e al contempo magnifica, è quando Alien al pianoforte intona Everytime di Britney Spears e le ragazze lo accompagnano nel canto. Non so come Harmony Korine abbia potuto pensare ad inserire proprio quella canzone ma è talmente fuori contesto, con quella melodia candida e la tipica vocina della Spears, che è perfetta.

Insomma: spring break, spring break. Spring break forever!



giovedì 14 gennaio 2016

Film Review: Inside Llewyn Davis

Ho sempre amato i fratelli Coen. Direi che mi sono piaciuti tutti i loro film, soprattutto perchè hanno un'atmosfera tutta loro. E poi sono ebrei. Ho sempre voluto convertirmi, ma non lo farò mai perchè credo implichi dover credere in dio.
In tutto ciò, non avevo mai visto Inside Llewyn Davis, anche se era dalla sua uscita nel 2013 che era nella mia lista di film da vedere. E ho fatto molto male ad aspettare così tanto.
Ho adorato, amato questo bellissimo film. Non solo perchè c'è un gatto rosso come il mio o perchè Oscar Isaac è un figo e ha una voce pazzesca.

L'ho amato perchè è un film profondo, cupo, divertente, irriverente. E' un tipico film dei fratelli Coen. Il protagonista è lo scapestrato Llewyn Davis, un cantante folk che non riesce ad avere successo e vive di espedienti. Non è proprio una persona amabile, non ha peli sulla lingua e quando s'incazza è davvero stronzo. Però canta divinamente e ci mette tutto se stesso. Suona e canta perchè è l'unico modo di vivere che conosce. E non riuscirebbe a fare nient'altro nella vita, anche se ad un certo punto si arrende all'amara realtà e cerca, invano, di tornare a fare due soldi.

Questo film ha una serie di bellissime scene, una delle mie preferite è quando Llewyn s'incontra con Jean, che probabilmente è incinta di suo figlio. Jean, interpretata dalla splendida Carey Mulligan, è incazzatissima ed è talmente arrabbiata con lui e dice talmente tante parolacce che fa ridere. Un'altra scena memorabile c'è quando Jean e Llewyn sono seduti in un locale a discutere dell'aborto e lui esce all'improvviso per recuperare il gatto di alcuni suoi amici che aveva perso. Il modo in cui Llewyn si prende cura di quel gatto fa capire che sotto sotto in lui del buono c'è.

Però questa bontà non viene mai fuori, perchè le circostanze non lo permettono ed è per questo che il film si chiude come si è aperto: Llewyn canta e suona, fa incazzare la gente, dorme qui e là sui divani degli amici. Questa è la sua vita e non la cambierà per nulla al mondo, nè per un gatto, nè per un figlio, nè per i soldi, neanche per l'amore.

Dal punto di vista tecnico, siamo di fronte ad un bel film: bello visivamente, grazie alla fotografia cupa che rispecchia il feeling generale del film. Che è un'atmosfera che normalmente non si associa agli anni '60, men che meno alla scena folk newyorchese. E invece funziona alla grande.
Quindi chapeau, fratelli Coen, avrete sempre il mio amore eterno.
E, niente, Oscar Isaac se vuoi venire a casa mia ho un paio di chitarre anche io, sai.


martedì 29 dicembre 2015

Year Review: 2015

Salve gentaglia dell'internet, sarò breve in questo mio riassunto dell'anno musicale/cinematografico ecc... per due semplici ragioni: ascolto poca roba e quest'anno ho visto pochissimi film di nuove uscite. Partiamo col classificone:

BEST ALBUM 2015
La scelta è molto difficile poichè dal punto di vista musicale ci sono state fantastiche uscite dei miei gruppi preferiti. I vincitori sono tre, a pari merito. 

Winners: 
1. How Big How Blue How Beautiful - Florence + The Machine
Florence è tornata dopo un lungo periodo di silenzio con un album che mischia sonorità anni 70 al suo ormai consolidato sound, testi diretti e sinceri, pezzi da ballare, pezzi per i quali piangere. In questo maestoso album c'è di tutto, e la voce di Florence ti entra dentro. 
Best songs: What kind of man, How big blue how beautiful, St. Jude, Queen of peace.


2. M3LL155X - FKA twigs
Per me è stata la personale scoperta dell'anno. Mi sono follemente innamorata di questa piccola ragazza inglese coi controcazzi. Produttrice, ballerina, coreografa, cantante, cantautrice. Fa tutto e lo fa benissimo. E riesce a farti innamorare di lei in un batter d'occhio. Questo mini album è perfetto. 
Best songs: In time, Glass & Patron


3. Thank your lucky stars - Beach House 
Ne ho già parlato più che ampiamente qui


Menzione speciale:
Depression Cherry - Beach House 


Honeymoon - Lana del Rey
E' un bell'album ma nel complesso ha qualche caduta, a tratti ripetitivo nei suoni e nella linea del cantato. In generale una Lana del Rey che sembra finalmente aver trovato se stessa. 
Best songs: High by the beach, Music to watch boys to, The blackest day


Days of Surrender - Joseph Arthur
Musicassetta uscita quest'anno, reperibile fortunatamente anche su Spotify per i poverelli che hanno gettato le radio antiche. Da vedere la performance di Arthur presso gli studi di KEXP dove presenta alcuni pezzi da questo bell'album. 
Best songs: Pledge of Allegiance, Maybe You


Diludendo: 
Drones - Muse
Siamo chiari: amerò i Muse per sempre. Ma questo ultimo lavoro per me è un diludendo perchè semplicemente non è un album. Avrei preferito aspettare un po' più tempo e avere un album completo, piuttosto che questo che sembra un "contentino". Cinque bellissimi pezzi purtroppo non fanno un album, specialmente da una band che ci ha sempre abituati piuttosto bene. 
Best songs: Dead Inside, Mercy, Reapers, The Handler


BEST MOVIE
Star Wars - The Force Awakens (Episode VII)
Per me è stato l'evento cinematografico da attendere riguardano le vecchie trilogie a ripetizione. Sono andata al cinema a vederlo insieme ad una mia amica vestite da Ewok. Tanto per farvi capire quanto era grande per me l'hype. Questo settimo episodio non mi ha deluso neanche un po', anzi mi ha fatto sognare e rivivere le stesse emozioni di quando vidi tutti gli altri. E per di più i protagonisti nuovi sono adorabili e non vedo l'ora di rivederlo e rivederlo ancora prima dell'uscita degli altri episodi. 


BEST TV SERIES
Mozart in the jungle
Per me la rivelazione dell'anno. Ho già dedicato un post intero a questa bellissima serie prodotta da Amazon. 


Special mention: 
Master of none
Grazie a Netflix ho potuto vedere questa serie originale scritta e interpretata da Aziz Ansari. Confesso che la prima puntata non mi ha entusiasmata particolarmente, ma dalla seconda in poi mi ha preso tantissimo. Tanto che ho finito l'intera serie in qualche giorno.
CIAONE! 

mercoledì 28 ottobre 2015

Film Review: Submarine

Salve gente, se vedete accenti e apostrofi strani é perché sto scrivendo da una tastiera tedesca, da un computer tedesco, posizionato in un ufficio tedesco in Cruccolandia. Sono ancora qui nella fredda terra degli scandali automobilistici a far finta di fare un tirocinio. E sulla tastiera la Y e la Z sono inverititi. Non ci sono le lettere con l´accento e gli apostrofi sono inconsueti. Capite il mio disagio.

Bando alle ciance.Da un mese ho fatto l´iscrizione a Netflix perché mentre ero in metropolitana, lessi che il primo mese era gratuito. E quindi appena arrivata a casa mi sono iscritta e la mia lista dei TO BE SEEN é giá piuttosto lunga. Qualcosa peró ho giá terminato di guardare; tra le tante cose, The IT Crowd, telefilm britannico che mi ero sempre ripromessa di vedere ma per il quale non trovavo mai il tempo. E cosí ho guardato tutte le stagioni in due sere. Cosa c´entra col titolo della review di oggi? Niente, guardando the IT Crowd mi sono innamorata perdutamente di Richard Ayoade e sto recuperando tutta la sua filmografia (piú che altro di regista).

Fortunatamente su Netflix c´era il suo primo film da regista (dopo aver diretto moltissimi video musicali), per l´appunto Submarine tratto da un romanzo di Joe Dunthorne (che non ho letto, ma recupereró). E quindi ne volevo brevemente parlare.
La storia é molto semplice: Oliver, un ragazzino di 15 anni vive in questo paesino sperduto del Galles insieme ai suoi genitori, che sembrano attraversare una crisi nel loro matrimonio. A scuola, Oliver si innamora di Jordana, una ragazza all´apparenza piuttosto stronza che si rivela peró essere complessata e sensibile come tutti. Il film segue la storia d´amore tra Oliver e Jordana dal momento in cui nasce, in cui si sviluppa, in cui si spezza e si ricongiunge.

Il film mi é piaciuto molto sia dal punto di vista della regia (per niente banale, anzi, molto sperimentale: memorabile la scena del selfie con bacio sotto ai binari del treno), della fotografia, della colonna sonora (nonostante il mio odio innato per Alex Turner), della storia (e quindi dell´adattamento dal libro). Ma ho amato soprattutto le interpretazioni dei due giovani attori protagonisti: Craig Roberts e Yasmin Paige. Davvero molto talentuosi, hanno dato vita a due personaggi indimenticabili dallo stile molto Wes Andersoniano. Insomma, un piccolo gioiellino del cinema britannico, brought to you by the super talented and super duper cute Richard Ayoade.


venerdì 10 luglio 2015

Film Review: Nymphomaniac

Ho finalmente visto Nymphomaniac e ne parlerò brevemente qui considerandolo un'opera unica, dato che è nata come tale ed è stata successivamente divisa in due, tra tagli e censure varie, per motivi di durata (e probabilmente anche a scopi commerciali per aumentare l'hype, ma tant'è).

Di Lars von Trier ho visto solo la cosiddetta Depression Trilogy: Antichrist mi ha fatto cagare, Melancholia l'ho adorato e visto un sacco di volte e ora ho visto Nymphomaniac. E l'ho amato.
Ho trovato questo film un'opera femminista, un grande vaffanculo alla società maschilista e misogina. Sinceramente ho sentito commenti sconcertanti su von Trier, non che me ne freghi più di tanto, ma sicuramente non può essere considerato un misogino e/o maschilista, come ho sentito dire in giro. Anzi, nella Depression Trilogy traspare proprio tutto il contrario.

Joe, la protagonista incarnata da Stacy Martin (che ho assolutamente amato) e poi da Charlotte Gainsbourg (una garanzia di talento, in tutti i campi), è la protagonista di questo film che può essere considerato: erotico per le scene di sesso esplicito, comico per i commenti naive ma sempre azzeccati di Seligman, l'ascoltatore, e infine drammatico per le tematiche trattate.

Dal punto di vista tecnico ci troviamo davanti alla divisione in capitoli per niente nuova nel cinema di von Trier, e a uno stile scenografico minimale e "anonimo". L'azione potrebbe svolgersi in una qualsiasi città europea, non ha niente di particolare se non quell'atmosfera tipica delle città del vecchio continente.

Quello che più ho apprezzato del film, a parte la schiettezza e la semplicità narrativa, è che come dicevo all'inizio, è un grande dito medio alla società. Joe è una persona sincera che con fatica è riuscita a trovare la pace interiore e ad accettare con orgoglio il proprio essere, ovvero una persona dipendente dal sesso. Anzi, una donna dipendente dal sesso. Che in quanto tale viene considerata una peccatrice, una outsider che per poter trovare il proprio posto nella società ordinaria deve essere necessariamente guarita. Fortunatamente, capisce col tempo e col dolore provato sulla pelle, il suo valore e la sua utilità (certo, il suo "lavoro" non sarà proprio etico ma c'è di peggio).

Il tutto viene commentato dall'ascoltatore Seligman, un vecchio solitario che si definisce asessuato e che stupisce Joe trovando sempre una giustificazione ai suoi comportamenti: tutto può essere considerato normale se comparato con la pesca, con la religione, con la musica o se nella storia della letteratura c'è un esempio simile, che fa sentire Joe meno sola, meno fuori luogo. Ma ecco che arriva il grande vaffanculo. Proprio quando Joe si addormenta, stanca ma contenta di aver trovato una persona che finalmente non la giudichi per quello che è, Seligman esce dalla stanza per lasciarla dormire; tuttavia, la telecamera indugia troppo sulla porta richiusa alle sue spalle.

Questo ovviamente ci fa capire che il film non è finito con la fine del racconto in capitoli della vita di Joe. Seligman rientra e dimostra di non essere un amico, di non essere asessuato e, alla fine dei conti, di non aver capito assolutamente niente di Joe e della sua vita. Si dimostra esattamente come tutti gli altri che l'hanno considerata una troia perchè ninfomane e quindi nella sua logica maschilista pensa che essere un altro dei tanti vada bene, trovando giustificazione nel fatto che Joe s'è scopata "centinaia di uomini".

E invece no, caro Seligman, cara società. Devi morire. La ninfomane ha finalmente capito: nessuno, e men che meno un uomo,sarà mai dalla sua parte o la capirà in maniera sincera. Nessuno capisce, nessuno sa. Ma tutti si permettono di giudicare e di tirare delle conclusioni sbagliate. E quindi l'ultimo atto deve per forza essere quello di uccidere l'ultimo di una lunga lista di giudicatori della sua vita di ninfomane.

Certo, si può anche vedere Nymphomaniac come scrisse Cannibal Kid, ovvero come una rivincita da parte di Lars al suo essere "persona non gradita" dopo le affermazioni ambigue a Cannes nel 2011. Ma a me piace vederlo come un ritratto della condizione della donna del XXI secolo, costantemente giudicata per un peccato che è tale solo quando commesso dall'universo femminile.


lunedì 25 maggio 2015

Film Review: Birdman or the Unexpected Virtue of Ignorance

Anche Fexxonji ci arriva. Tardi ma ci arriva.

Più penso a questo film e alle emozioni che ha innescato dentro me, più mi accorgo di quanto mi sia piaciuto, molto più di quello che pensassi a fine visione.
Birdman è una di quelle opere che ti prendono di forza, ti catapultano dentro al loro mondo e ti lasciano dentro finché  non finiscono. E in effetti così è stata la mia esperienza. Solo che appena è finito non sapevo fino a che punto mi fosse piaciuto. Non è stato uno di  quei film che fin da subito, anzi, addirittura in corso di visione, entrano nella mia lista dei preferiti di sempre. No. Però, come ho già detto, più ci ripenso e più mi piace. Tanto da farmi desiderare una seconda visione a breve.


Se provo a cercare di capire quali siano gli elementi che me lo hanno fatto apprezzare così tanto, mi si stagliano davanti agli occhi scene del film a go go.
Uno dei tanti motivi è la regia. Questa illusione di un infinito piano sequenza, che potrebbe durare all'infinito grazie al finale aperto, ha fatto sì che mi sentissi assolutamente parte della vicenda, come se fossi anche io lì, a seguire con lo sguardo e con poca distanza emotiva tutti i personaggi.
Poi c'è la componente della mise en abym, la componente META. Attori che stanno recitando e recitano, e improvvisano e si preparan, per uno spettacolo teatrale tratto da un'opera letteraria realmente pubblicata.
E ancora più META è il fatto che il protagonista sia un ex star di cinema blockbuster in cui dava vita ad un supereroe. Un supereroe che poi ha preso realmente vita all'interno della sua coscienza, che influenza ogni sua scelta di vita, che lo fa credere speciale.
E dove lo mettiamo Edward Norton? Perfetto per la parte dell'artista vero, che fa dell'arte la sua unica ragione di vita, poichè la vita vera non è all'altezza dell'arte,
come se fossero due cose che si escludono a vicenda (Thomas Mann sarebbe d'accordo col personaggio interpretato da Norton, sulla divisione tra Kunst e Leben).
Ed Emma Stone, con quell'aria strafottente di chi non ha più uno scopo preciso da seguire, di chi non è più stupito da nulla, che rimprovera al padre anni e anni di assenza e di smidollaggine, per poi finire nell'ultima scena finalmente sorpresa e, finalmente, orgogliosa e felice di vedere il padre trovare la propria strada (qualunque essa sia).

Birdman è un film sulla vita e sull'arte, e il modo in cui è stato realizzato ti fa sentire parte del mondo in cui è ambientato. C'è molta carne al fuoco, i temi trattati sono veramente tantissimi: il rapporto padre-figlia, l'influenza dei social media, il declino della carriera d'attore, vecchi matrimoni e nuove complicate relazioni, l'importanza dei super eroi nella società contemporanea, la presunta inutilità dei critici. E potrei continuare ancora. Ma è proprio questa abbondanza di spunti, questa componente post-moderna del film che lo rende una delle pellicole migliori degli ultimi anni.




lunedì 9 febbraio 2015

Film Review: Gone Girl/ L'amore bugiardo

Oh, proprio ora che tutti nella blogosfera vi state dando da fare per pubblicare post su Birdman, arrivo io e commento Gone Girl. Perchè a me piace rimanere indietro. Fa molto figo (!)
In realtà non credo che al cinema qui al mio paesello daranno Birdman, e odio guardare i film in streaming sopra ogni cosa. Devo dire che Iñarritu lo abbandonai da Babel e quindi un po' sono contenta di "rivederlo". Invece quel bastardone di Fincher l'ho sempre seguito con una certa regolarità. Ed eccomi qui a parlare di Gone Girl.

Che dire? Diciamo che sapere di dovermi sorbire Ben Affleck per tutto il film non mi ha invogliato subito alla visione del film, ma mi sono dovuta abbastanza ricredere perchè, diciamocelo, è stato bravino. Ma poi, a confronto con la mostruosa bravura di Rosamunde Pike, anche la buona prova di Ben risulta un nonnulla. Bravissima, non so che dire. Avrei voluto alzarmi in piedi ed applaudire in alcuni punti.

Quello che mi ha colpito di più del film, è il modo in cui è costruito: non so se riesco ad esprimerlo al meglio, ma è stata una visione quasi interattiva perchè mi sono sentita coinvolta attivamente nella ricerca della protagonista Amy. Ma non è stata una ricerca mentale tale da distrarmi dalla visione, no. Man mano che la trama s'infittisce, si aggiungono indizi e il cervello cerca di cambiare la propria strategia investigativa in base alle informazioni che di volta in volta si ottengono. Da questo punto di vista, è un giallo coi fiocchi.

Inoltre, al contrario di quanto mi era successo in The Social Network, ho trovato le musiche di Trent Reznor molto azzeccate e on point per tutta la durata del film.
Devo parlare brevemente del finale, perchè non appena finii la visione esclamai: "Che finale di merda". Poi ci ho brevemente riflettuto. E' veramente un finale di merda? Assolutamente no. Considerato, soprattutto, quanto mi piacciono i finali senza speranza e atroci, il finale di Gone Girl è veramente tanto bello quanto spietato. In effetti, vedere Amy in prigione, o eliminata, e Ben Affleck contento e liberato da tanti pesi non sarebbe stato soddisfacente quanto è stato vederlo incastrato, miserabile e senza via d'uscita. HAA!


mercoledì 28 gennaio 2015

Film Review: Nightcrawler/ Lo sciacallo

Salve gente, sono qui per parlarvi di un film che a moltissimi è piaciuto e a me non tanto. Forse è proprio colpa di voi tutti blogosferomani, ne avete parlato così bene che le mie aspettative erano troppo alte. O forse è perchè ho guardato il trailer prima di vederlo e di solito non lo faccio. Non lo so. Non è che mi abbia fatto cagare, sia chiaro. Ma non mi è piaciuto proprio tanto. Mi è piaciuto un po'. Un 7/10, un "carino".

Va bene. Come avrete intuito dal titolo, sto parlando di Nightcrawler - Lo sciacallo con Jake Gyllenhaal. Ora, quando c'è Jake Gyllenhaal va sempre bene e infatti anche qui va bene perchè se devo dirvela tutta, mi sembra che il film si regga tutto sulle sue spalle, o meglio, sulla sua fantastica, estraniante, pazzesca interpretazione di un personaggio spregevole e assolutamente fuori come un balcone.

Quello che mi ha un po' lasciato la sensazione MEH è il fatto che, fondamentalmente, finisce di merda. E scusate il francesismo. Parte a ritmo piuttosto serrato per farci capire in che maniera il nostro protagonista Lou è diventato il pazzoide che ci viene mostrato, arriviamo fino al momento in cui la polizia s'intromette nella sua attività che ormai ha superato il limite della legalità, sembra che Lu sia finalmente nella cacca fino al collo e invece poi...boh, finisce così, con questo breve sguardo sulla florida attività della sua azienda ormai ben consolidata e ciao ciao. Ciao ciao polizia, ciao ciao. Non so, sarà che mi piacciono i finali senza speranza e pensavo che qui ci stesse bene e perciò un po' me l'aspettavo.

Il film è girato bene, memorabile la scena quando Lou si siede nella postazione tg con la Skyline di Los Angeles alle spalle; recitato da dio da un trasformatissimo Jake Gyllenhaal (e non bisogna sottovalutare anche l'interpretazione di Rene Russo); la storia è avvincente...però mi aspettavo un ulteriore sviluppo. Mentirei se dicessi che non mi ha coinvolto, specialmente quando Lou si introduce nella casa degli orrori, in cui si è appena perpetrato un omicidio molto crudele. Se non fossi stata sdraiata durante la visione, avrei potuto dire che mi ha tenuto on the edge of the seat. Ma poi ci poteva stare tranquillamente una scena in cui Lou, magari, veniva investito da un camion mentre si avvicinava con la sua telecamera alla scena di un crimine. No?



martedì 27 gennaio 2015

Film Review: Film della memoria

In questa importantissima giornata della memoria, in cui un sacco di gente sul web mi fa girare i coglioni col solito discorso "ma perchè ci rompono le palle con 'sti ebrei quando tanta gente muore sempre?", vorrei fare una breve lista dei miei film preferiti in memoria della Shoah. Molti di voi li avranno già visti, ma sono tutti bellissimi film sia dal punto di vista tecnico che di contenuto.

1. La rosa bianca - Sophie Scholl (di Marc Rothemund)



2. Il pianista (di Roman Polanski)



3. Schindler's List (di Steven Spielberg)



4. Ogni cosa è illuminata (di Liev Schreiber)



NEVER AGAIN! 

martedì 23 dicembre 2014

Film Review: i film diversamente di Natale...dalla mia videoteca!

Ciao gente, è da molto che non scrivo! Ho avuto molte idee su cosa scrivere ma mai il tempo. Ora lo farò, e vi propinerò i "miei" film di Natale. Mi spiego meglio: vi farò vedere, insieme a selfie scemi, qual è la mia personale selezione direttamente dalla mia videoteca casalinga dei film che mi piace vedere durante le feste natalizie. Partiamo perchè la lista è lunga!

Il primo è uno degli ultimi film che ho acquistato ad un mercatino: The Majestic. E' stato il primo film in cui ho visto Jim Carrey recitare in un ruolo non comico e ricordo di averlo guardato un pomeriggio d'inverno qualche anno fa in televisione. Mi era piaciuto molto, per cui lo riguarderò in questi giorni!





Seguiamo con le trilogie et simili: a Natale non può mancare Star Wars! Ovviamente entrambe le trilogie sono dovute, soprattutto dopo una bella mangiata di cappelletti in brodo. Come vedete dalla foto mi manca il capitolo I, La minaccia fantasma perchè non sono mai riuscita a trovarlo e acquistarlo. Fa proprio schifo a tutti, eh?





Per la serie: trilogie continuiamo con Indiana Jones del buon vecchio Spielberg. Sì, per me è una trilogia e il quarto capitolo non esiste proprio, per cui non ricordatemelo. Anche questo acquisto è fresco e ne vado molto fiera.






Proseguiamo con un super classico: Tron col fighissimo Jeff Bridges da ggiovine. Direi che è perfetto tra una partita a tombola e l'altra!







Se si vuole farsi quattro risate in famiglia, ho il dvd giusto: Robin Hood, Un uomo in calzamaglia di Mel Brooks. Giuro che mi fa scompisciare dal ridere ogni santissima volta che lo guardo.







Passando a qualche film storico, vi propongo da casa Fex Gangs of New York, imponente filmone del buon vecchio Martino Scorsese. E' un film che mi viene voglia di guardare solo durante le feste, e soprattutto nelle giornate dal tempo orribile.






Ovviamente vi includo nella lista anche un bel fantastico d'una vorta: Willow, bellissimo film intramontabile con Val Kilmer ancora figo. Se non vi mette in atmosfera natalizia questo...




Se invece avete voglia di mistero o terrore, ho qui per voi L'uomo nell'ombra e ovviamente l'evergreen Shining.







Concludiamo con un mega classicone (per me) adatto a tutta la famiglia: Spy Kids del mio super adorato Robert Rodriguez. Un film teen-action è perfetto da guardare insieme a cuginetti/figli/nipoti. Un'oretta e mezza di divertimento!






E questo è quanto gente, scrivetemi quali sono i vostri personalissimi film di Natale! Ieri sera sono andata a vedere Il ragazzo invisibile di Salvatores. Credo che a breve ne disquisirò amorevolmente con voi tutti sul blog. Buone feste! 

martedì 18 novembre 2014

Film Review: Interstellar

Sinceramente non saprei neanche da dove partire. Mercoledì scorso quando sono uscita dal cinema volevo già mettermi a scrivere e commentare il nuovo film di Christopher Nolan ma non l'ho fatto. Ero esausta. Dalla visione, dalle tre ore, dalla confusione che avevo in testa, dalla pipì che non riuscivo più a trattenere. Capite, non era una condizione ottimale. Ma sono felice quando un film mi sconvolge così tanto, vuol dire che ha fatto il suo dovere.

Però Nolan, adesso non ti montare la testa. Ti amerò forever and ever perchè Memento e Inception sono nella mia lista dei favoriti di sempre e poi perchè hai scelto Christian Bale per fare Batman e io e te sappiamo che lui è l'uomo più bello su tutta la terra. Però, Nolan, non montarti la testa.
Diciamo che sono entrata al cinema con delle aspettative altissime, volevo un capolavoro e un capolavoro non ho avuto. Quindi è stata come una delusione amorosa, ci sono rimasta molto male. Sul subito. Poi mi è anche passata.

Forse arriverò a spiegare un po' il perchè. Inutile dirvi che ci sono spoilers. Interstellar parte bene, benissimo. Entra subito in gioco quel bellissimo Verfremdungseffekt (effetto di straniamento) che ogni film sci-fi dovrebbe suscitare nello spettatore. Sappiamo fin da subito che sicuramente per la Terra e i suoi abitanti non c'è più speranza. Fine. Kaputt. MA (e questo è un grande ma), dato che al buon vecchio Nolan sono sempre piaciute le storie raccontate attraverso fastforwards, sappiamo già che non proprio tutti i terrestri sono morti. Ci sono questi simpatici vecchietti che, raccontandoci della loro infanzia sulla terra, ci dimostrano che c'è stato un happy ending; che, se anche hanno mangiato sabbia per anni e anni, e non si poteva più coltivare niente di niente, loro sono lì, vivi e vegeti che ce lo stanno raccontando. Quindi da subito abbiamo l'inizio e la fine chiari davanti ai nostri occhi e tutto il film si svolge cercando di connettere i puntini per capire in che modo l'umanità si è salvata (o meglio, è stata salvata) da una disastrosa situazione senza ritorno.

Lo svolgimento vero del film inizia non appena l'astronave lascia la terra e, nonostante sia ancora molto confusa a riguardo, direi per sempre. O forse no. Boh. Sicuramente quella stessa astronave va a puttane ad un certo punto nello spazio. Quindi sì, quell'astronave non farà mai più ritorno sulla Terra. Comunque poco importa. Mentirei se dicessi che tutto il viaggio per arrivare al Worm Hole e per attraversarlo non mi ha emozionata. E' stato come se ci fossi anche io, un'ansia pazzesca. Io amo tutto quello che riguarda lo spazio ma in una maniera molto ingenua e superficiale. Anche perchè se fossi veramente a conoscenza di tutto quello che gli scienziati sanno a riguardo mi sarei probabilmente già suicidata. Ma questo, come sempre, è un discorso a parte.

Una volta superato il Worm Hole ci ritroviamo dove ci dovrebbero essere le opzioni A, B e C: ovvero i pianeti sostitutivi alla Terra. Era abbastanza ovvio capire che solo uno di questi tre pianeti poteva andare bene. Ma ovviamente bisognava PER FORZA provare per primi i due che non andavano per niente bene, vero Nolan? Grazie. Grazie per non aver ascoltato Anne Hathaway che aveva ragione sin dall'inizio. Se non altro, le scene sui pianeti sbagliatissimi ci regalano dei momenti indimenticabili dal punto di vista visivo. Le donne hanno sempre ragione, questa è la morale del film, se il film finisse qui. Ma non finisce qui, nonostante sia passata un'eternità e tutti gli astronauti (beh in realtà sono rimasti in due...) hanno già centinaia di anni. Sulla Terra però. Chiaro, chiarissimo.

E, dopo tanto sforzo mentale da parte mia, cercando disperatamente di seguire il filo logico della missione intergalattica, si arriva alla parte più confusionale di sempre. So che è un mio limite non riuscire a immaginare quello che non si comprende o non si crede possibile. Però giuro su Mary Poppins che non ho proprio capito in quale maniera Matthew McConaughey sia arrivato in quella cosa fatta da cinque dimensioni. E non ho nemmeno capito come ne è uscito. Fatto sta che è qui che si ricollegano tutti i fili lanciati in aria all'inizio. Tutto ha un senso, e finalmente la figlia capisce e può di conseguenza trovare il modo di salvare tutta l'umanità. Bravissima. Poteva finire qui.

Ma, come tutti sappiamo, non è finito qui. Ed è in questo momento che le palle che non ho sono rotolate fino in Australia. Dovevi per forza fare il buonista, Nolan? Mica l'hai fatto per la Disney 'sto film. Mi fa piacerissimo che Matthew abbia rivisto sua figlia, che lui stia bene, che Anne Hathaway sia arrivata sul pianeta giusto, finalmente. Però potevi lasciarci qualcosa all'immaginazione. Invece, Nolan, sei un control freak. Ma ti voglio bene lo stesso. Nonostante appena uscita dal cinema io abbia affermato: "Non guarderò mai più Interstellar in tutta la mia vita!" credo che lo farò, perchè mi piacerebbe capirci qualcosa e soprattutto perchè vorrei riprovare quelle sensazioni bellissime di ansia che tu, Nolan, sei riuscito a creare durante i viaggi dei protagonisti nello spazio e oltre. E anche perchè una buona dose di Matthew McConaughey non guasta mai.

Bene. Ci avete capito qualcosa in questo post? No? Ecco come mi sono sentita quando ho terminato Interstellar.


sabato 1 novembre 2014

Film Review: Boyhood

Ciao amici, dopo un'eternità eccomi qua, trallallallà. Vi confesso che aspettavo con ansia di vedere Boyhood, il nuovo "maestoso" film di Richard Linklater, perchè come forse molti di voi non sapranno, Linklater è il mio Dio. Uno che mi ha partorito Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight non può che avere la mia più completa stima e adorazione. Un giorno gli farò un altarino. Tutto ciò per dire che ero assolutamente molto curiosa di vedere il famoso film girato in 12 anni, Boyhood. E, insomma, in poche parole l'ho amato.

Linklater e la sua crew, ormai composta in via definitiva anche da Ethan Hawke che mai si limita a fare solo l'attore nei suoi film, hanno un potere speciale, che quasi nessuno nel mondo (o per lo meno, quasi nessuno nel cinema contemporaneo americano) ha: raccontare la vita. Ebbene sì, signori e signore, Linklater sa raccontare nei suoi film la vita com'è. Così come Virginia Woolf è l'unica scrittrice che sa mettere nero su bianco il modo in cui funzionano i pensieri umani, Linklater è l'unico che sa mettere sullo schermo la pura e semplice vita senza fronzoli e cazzate varie.

In questo bellissimo film di tre ore, che scivolano via come se niente fosse, viene raccontata la vita di una famiglia un po' strana ma assolutamente normale nella loro stranezza. La storia non è raccontata attraverso gli occhi di Mason Junior ma in gran parte la vediamo dalla sua prospettiva, partendo dalla sua infanzia e passando attraverso la travagliata adolescenza fino all'inizio dell'età adulta. Questo sicuramente non è un film per quelli che vogliono che succeda per forza qualcosa, perchè se ci pensate bene in Boyhood non è che succeda veramente "qualcosa", if you know what I mean. Ed è per questo che dico che Linklater riesce a raccontare la vita vera: troppo spesso si tende a raccontare agli altri (e a considerare internamente) la propria vita come una serie di "fatti" che si susseguono. Ma nella vita, prevalentemente, non è che succedano COSE. Lungi da me essere filosofica, voglio solo dire che nella vita i fatti sono secondari, è la nostra esperienza interiore e personale ad essere veramente fondamentale.

Quindi non è vero che in Boyhood non succede niente, succede la vita. E se non vi è piaciuto, beh, allora non vi piace la vita.


giovedì 4 settembre 2014

Film Review: Another Earth

Buon pomeriggio a tutti, cari amici della blogosfera. Era da molto tempo che anelavo la visione di Another Earth, film sci-fi indipendente uscito nel 2011. Fortunatamente, sono riuscita a recuperarlo a fine agosto durante una proiezione organizzata presso il giardino di un museo del mio paesello. Era la location perfetta per la suggestiva visione di questo gioiellino indie.

La protagonista Rhoda è la causa di un incidente in cui muoiono una madre incinta e il proprio figlio. Il marito si salva, ma per un po' rimane in coma. Rhoda, che prima di quell'incidente aveva già in mano il suo futuro al MIT, va in carcere per 4 anni. La causa dell'incidente è stata la scoperta di Terra 2, un pianeta del tutto identico al nostro, provvisto pure di una sua luna.

Il genere sci-fi è sempre stato uno dei più dispendiosi del cinema, soprattutto per quanto riguarda gli effetti speciali, che hanno sempre ricoperto il ruolo di protagonisti all'interno del genere. Da qualche anno, però, lo sci-fi si è trasformato, o meglio, si è diramato in questa bellissima corrente sci-fi/drama/indie, in cui la componente fantascientifica è sì presente, ma nel ruolo di sottofondo costante e come leit-motiv che porta avanti e tiene insieme la vicenda narrata, il più delle volte drammatica. Lo scarso budget a disposizione per registi come Mike Cahill non compromette la creazione di un'atmosfera fantascientifica e, anzi, fortifica la sensazione di straniamento di essere davanti ad uno spettacolo altamente reale nonostante il genere sia per definizione anche "fantastico".

Quello che intendo dire è che film come Another Earth sono capaci di farci sentire a disagio perchè sono talmente reali nella loro semplicità che a fine visione ti viene da chiederti se non esisti veramente questa Terra 2, sempre presente nei campi lunghi che il registra ci offre durante le passeggiate della protagonista Rhoda.

Le spettacolari interpretazioni dell'attrice Brit Marling e del buon vecchio William Mapother riescono a farci immergere completamente nella loro non-così-improbabile-storia perchè, a pensarci bene, il senso di colpa e la voglia di rimettere un po' a posto le cose potrebbero veramente portare all'unione tra vittima inconsapevole e carnefice molto cosciente delle sue azioni.

Ho semplicemente adorato il finale, che reputo assolutamente aperto a mille interpretazioni. Credo che il regista abbia volutamente lasciare la scena più enigmatica e interrogativa dell'intero film per ultima, così da suscitare nello spettatore un senso di smarrimento. Per me, Rhoda che alla fine vede Rhoda di fronte a sè non è interpretabile in una sola maniera: ci sono molteplici, diverse e fantasiose interpretazioni che mi vengono in mente e la cosa mi piace perchè vuol dire che questo film è riuscito perfettamente nell'intento di svegliare la mia fantasia.