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lunedì 16 dicembre 2019

Movie Review: Marriage Story

Sono passati un po' di giorni da quando nella solitudine di casa mia ho pianto lacrime amare dopo aver visto Marriage Story di Noah Baumbach. Uscito lo scorso 6 dicembre su Netflix con protagonisti Scarlett Johansson e l'uomo oggetto delle mie costanti ossessioni, Adam Driver. Ho fatto play e dopo 5 minuti stavo già piangendo. Perché, vi chiederete voi? All'inizio i due protagonisti elencano tutte le cose che amano dell'altro. E giù di lacrime, moi. So che è finzione, ma ogni cosa che Nicole dice riguardo a Charlie e quello che lui ha da dire su di lei... sono cose che hanno sempre una risonanza a livello personale.

Comunque poi, vi dico, non ho più pianto fino verso la fine del film. Quindi sono stata anche piuttosto brava, me lo dico da sola. Il film. Parliamo del film. Non sono un'esperta dei lavori precedenti di Baumbach, penso di aver visto solo Frances Ha. Quindi non vi so dire se questo è il suo lavoro migliore o il culmine della sua carriera o bla bla bla. Quello che vi posso però dire è che è un film piuttosto onesto. Se la tira un po', questo sì. Ma è onesto. Personalmente preferisco sempre le storie d'amore (o di fine di un amore) che si avvicinano di più alla mia realtà personale, avendo come protagonisti personaggi in cui mi ritrovo. Qui la cosa risulta un po' più difficile, perché Nicole e Charlie sono due persone che lavorano nel mondo dello spettacolo e vivono entrambi di arte. E di conseguenza anche i loro battibecchi, le loro conversazioni sono diverse rispetto ad una "normale" coppia. 

Non lo so, ha senso quello che ho appena scritto? Nella mia testa ce l'aveva, ma non so se l'ho espresso bene. Tuttavia, nonostante come personaggi siano un po' lontani dalla realtà quotidiana, i loro problemi di coppia... quelli sì, invece, che sono reali. Il tradimento, l'assenza di intimità, il dare per scontato l'altro, il sacrificio dei propri desideri per far funzionare il matrimonio... sono problemi molto comuni a quasi tutte quelle coppie che ormai stanno insieme da tanto. Una questione centrale nel film è la dicotomia New York - Los Angeles che potrebbe sembrare un problema da poco visto da questa parte di mondo ma, evidentemente, per gli statunitensi rimane scottante. 



Marriage Story racconta la fine di un matrimonio, attraverso le fasi legali che precedono un divorzio. Uno dei pensieri fissi che ho avuto durante la visione è stato: "Non voglio mai, mai, mai divorziare". E quindi penso che non mi sposerò mai, così sono sicura di evitarlo. Laura Dern e Ray Liotta interpretano magnificamente la parte degli spietati avvocati divorzisti che giocano con i sentimenti di chi sta passando un momento orribile nella propria relazione, insinuando il dubbio e facendo venire fuori il peggio delle persone. L'eccezione è rappresentata dall'avvocato a cui si rivolge Charlie, interpretato da Alan Alda: come detto da lui, è l'unico che tratta Charlie come fosse un essere umano. Scarlett Johansson è davvero bravissima in questo film (anche se con quei capelli assomiglia paurosamente ad Emma Thompson) e ci mostra una donna vulnerabile che cerca di far valere i propri sentimenti in un momento della sua vita pieno di incertezze. Adam Driver, che ve lo dico a fa', è sempre bravissimo per me. Una delle scene migliori è quando gli viene consegnata in maniera piuttosto goffa la lettera di divorzio dalla sorella di Nicole. L'incredulità nella sua espressione, convinto fino all'ultimo che lui e Nicole avrebbero risolto le cose fra di loro, senza ricorrere agli avvocati. E poi come canta bene per essere uno che non canta. Non sto neanche a dirvi quanto ho pianto nella scena finale quando Henry, il figlio, gli chiede di leggere la lettera. 



Non sarà forse il film dell'anno per me, ma sicuramente merita di essere visto. Anche più volte. Anche solo per sentirvi Adam Driver cantare Being Alive

venerdì 2 agosto 2019

Series Review: The OA - Part II

Sono mesi che scrivo e riscrivo cose riguardo la parte seconda di una delle mie serie preferite del momento e di sempre, The OA. Ho provato e riprovato a fare una sorta di introduzione in cui riassumo un po' quello che succede nella serie, accorgendomi sempre di più che era una missione impossibile farlo se non essendo molto sbrigativi e tralasciando molti subplots che però sono ugualmente importanti. Inoltre risulta impossibile essere poco prolissi, rischiando quindi di fare un resoconto troppo minuzioso di ogni singolo episodio, in cui succedono sempre molte cose.

Quello che Brit Marling e Zal Batmanglij hanno creato è letteralmente un universo, parallelo al nostro, in cui tanto di quello che vediamo è estremamente poco casuale e in cui ogni singola cosa ha un significato, una funzione, un rimando a qualcos'altro. Se l'atmosfera nella Parte I (uscita, ve lo ricordo, ormai nel 2016) era cupa, con una fotografia desaturizzata, qui invece veniamo catapultati in una San Francisco coloratissima e vivace. Non so spiegarvi realmente il perché, ma nella Parte II si ha da subito la sensazione di non essere nella stessa realtà, nella stessa dimensione della stagione scorsa. E non intendo solo per il cambio di ambientazione: c'è già qualcosa di profondamente diverso dai primi minuti della prima puntata. Innanzitutto ci viene subito presentato un nuovo personaggio: Karim Washington, un detective privato che viene ingaggiato da un'anziana signora vietnamita che lo ingaggia per ritrovare la nipote scomparsa.

Se nella Parte I tutto era visto attraverso gli occhi di Prairie e raccontato dal suo unico punto di vista che, nell'ultima puntata, veniva totalmente messo in discussione, qui invece ci ritroviamo fin da subito a dover conoscere un nuovo personaggio e, col proseguire delle puntate, vediamo come ci siano tre filoni narrativi che poi andranno ad incontrarsi nel climax dell'ultima puntata. Abbiamo dunque Karim con la sua ricerca di Michelle che lo porta a scontrarsi con una realtà piuttosto distorta in cui un magnate di San Francisco riesce a coinvolgere dei ragazzini tramite un app per sviluppare il suo progetto; poi ritroviamo la nostra protagonista Prairie che, tuttavia, non è più lei perché in questa realtà è nata e rimasta Nina Azarova, compagna del magnate del web su cui Karim sta indagando e che si ritroverà ancora una volta prigioniera del dottor Hap insieme ai suoi vecchi compagni di prigionia; e infine, nella realtà parallela, ritroviamo i ragazzi di Crestwood che non riescono più ad andare avanti normalmente nella loro vita dopo essere sopravvissuti al mass shooting della loro scuola.



Una delle caratteristiche più belle e intriganti di questa serie è quella di trovare indizi e rimandi in ogni frame: non solo in questa stagione cerchiamo di seguire Karim nelle sue indagini e trovare un senso a tutto quello che scopre di volta in volta, ma vediamo anche tutte le connessioni con la stagione precedente (l'ospedale psichiatrico di Treasure Island di cui Hap è capo non è altro che l'ambientazione della near death experience che Homer aveva avuto durante la prigionia nell'altra dimensione). Ammetto che seguire gli eventi di questa stagione, visto che è stata messa tanta carne al fuoco rispetto alla stagione precedente, sia stata un'impresa e che ho avuto bisogno di rivedere la serie un paio di volte per afferrare qualche passaggio che ad una prima visione mi era sfuggito (ad esempio, tanto per farvi capire quanto io possa essere superficiale, ho notato che nella 2x05 dopo che Homer ha un sogno -premonitore?- di lui che cerca la pelle di OA, si sveglia con una visibile erezione e da lì in poi guarderà Nina/OA sotto una luce diversa). Ma, onestamente, ero contenta di rivederla e rivederla perché The OA è una serie che fa pensare, che fa riflettere e, cosa molto importante, è molto emotiva. I personaggi, inoltre, sono molto sfaccettati perché anche Hap (che è il cattivo della situazione) può essere compreso: probabilmente nella sua situazione anche noi sceglieremmo di sfruttare le persone per arrivare a capire come è formato il multiverso, soprattutto una volta che si trova il metodo per cambiare dimensione.



Parliamo brevemente dell'episodio finale. Giuro che la prima volta che l'ho visto sono rimasta letteralmente sconvolta per circa un'ora anche dopo che era finito. E' chiaro che la dimensione in cui OA è arrivata insieme a Hap sia la near death experience di Scott, ma il solo fatto di aver pensato di utilizzare la nostra reale dimensione (anche se non coincide del tutto perché Brit Marling e Jason Isaacs non sono sposati) come setting per la prossima stagione è geniale, contorto e assolutamente intrigante. Quando ho sentito Jason Isaacs parlare col suo vero accento britannico ho avuto un momento di perdizione e non ci stavo più capendo niente. Netflix non ha ancora rinnovato The OA per la terza stagione ma io spero che lo facciano. Onestamente il mondo dello spettacolo ha bisogno di gente come Brit Marling e Zal Batmanglij che sanno dare vita a storie accattivanti ma allo stesso tempo profonde e intrise di significato che ci fanno sempre un po' riflettere sul senso dell'esistenza terrena.


venerdì 14 giugno 2019

Series Review: It's Bruno!

Spero che tutti abbiate visto questa fantastica mini serie Netflix chiamata It's Bruno! con tanto di punto esclamativo, perché il punto esclamativo ci vuole proprio. Composta da otto episodi di brevissima durata (il più lungo, che è l'ultimo, dura 20 minuti) è la creazione di Solvan "Slick" Naim, che nel telefilm interpreta il protagonista, Malcolm. E infatti quello che vediamo sullo schermo è proprio Bruno, il suo vero cane. L'idea per questa serie, a quanto pare, gli è nata proprio mentre faceva delle foto a Bruno e ha trovato che fosse molto buffo. E da lì la sua mente ha partorito poi lo script per questa serie.

Di cosa parla It's Bruno? Di un cane e del suo padrone. Che vanno in giro per Bushwick, quartiere di Brooklyn abitato per lo più da immigrati, e danno la caccia a temibili hipster che non raccolgono la cacca del loro cane, latinos che rapiscono cagnolini per soldi o per feticcio personale. Malcolm discute animatamente anche con il proprietario di un supermercato che non fa entrare Bruno nel negozio. Poi prova a far diventare Bruno una superstar facendogli fare una pubblicità ma gli andrà male. Insomma, sono tanti escamotage in realtà molto mondani, conditi però con un sacco di humor, situazioni avvincenti ma anche assurde, al limite del grottesco. Il tutto in 10 minuti di episodio.

Giuro che quando Malcolm se la fa con la tipa che sul più bello urla il nome del cane Bruno invece del suo, sono morta dalle risate. E anche quando Malcolm va a trovare i suoi due amici sfattoni e uno dei due si fa sempre montare la gamba dal suo cane per 'aiutarlo'. Giuro che mi scompiscio. Dal punto di vista tecnico, tra le altre cose, la serie è molto ben fatta. La regia ha anche alcuni momenti di virtuosismo e il montaggio è un altro degli elementi che rende il tutto più spassoso. E poi la sigla, pur essendo molto breve, è spettacolare. Non ho ancora trovato il file mp3 per scaricarla perché la voglio come suoneria di tutto. Insomma, se avete 10 minuti al giorno da perdere, guardatevi It's Bruno! e fatevi quattro risate.


venerdì 24 maggio 2019

Film Review: Paterson

Cosa succede quando un film rappresenta la vita quotidiana e ripetitiva di un uomo normale, con un lavoro ancor più normale, come l'autista di autobus? Forse per alcuni sarà noioso, ma Jim Jarmusch con Paterson dimostra che può essere poetico. 



La poesia si nasconde ovunque, scaturisce dal più insignificante oggetto (come un fiammifero) e assume diverse forme: quella classica, scritta, come Paterson ci mostra durante tutto il film, ma anche quella che si palesa come espressione artistica dinamica, che trova sempre nuovi stimoli, come invece rappresentato dalla moglie Laura. Sono una coppia strana, Paterson e Laura: lui va al lavoro tutti i giorni eseguendo sempre le stesse, ripetitive azioni mentre lei sta a casa a fare una miriade di cose creative: dipinge (muri, vestiti, quadri), cucina, impara a suonare la chitarra, canta. Una coppia in realtà normale, ma composta da due persone a loro modo peculiari. Paterson passa ogni momento libero a scrivere poesie, ispirato dal luogo in cui vive che ha ospitato negli anni importanti personaggi, tra cui anche il grande poeta William Carlos Williams. Paterson e Laura sono una coppia giovane, che capisce l'importanza di sostenersi a vicenda non solo nella faccende quotidiana ma, soprattutto, negli interessi individuali. 


C'è poesia in ogni scena, in Paterson. Ma non solo: c'è anche tanto amore. Nei piccoli gesti quotidiani: Paterson che ogni mattina appena sveglio bacia con dolcezza la moglie, lei che ogni giorno gli prepara un pranzo molto personalizzato, lui che immancabilmente porta fuori il cane nonostante non si stiano simpatici a vicenda, lei che cerca di rendere fiero il marito con ogni suo sforzo creativo e lo incita a pubblicare le sue poesie. 


Prima ho menzionato gli interessi individuali della coppia. Penso che questo elemento sia rappresentato al meglio nel film: Paterson e Laura rimangono individui nella loro quotidianità (lui va sempre al solito bar la sera), lei rimane a casa a coltivare con passione ogni sua idea creativa. Sono individui nei loro piccoli rituali, non perdono loro stessi nella coppia, annullandosi. Coesistono con le loro rispettive personalità insieme, trovando un loro equilibrio. E, credo che, alla fine, la vera poesia risieda proprio qui. 







mercoledì 22 maggio 2019

Series Review: Fleabag 2

Fleabag è una serie britannica scritta e interpretata da sua maestà, all hail, Phoebe Waller-Bridge. Se avete visto Solo - A Star Wars Story è colei che dà la voce a L3, il droide di Lando Calrissian. 
Io avevo già avuto modo di apprezzarla in Crashing, mini serie britannica che era su Netflix (non saprei dire se ci sia ancora), sempre da lei scritta e interpretata. Serie molto carina, sicuramente da recuperare se non l'avete vista.

Ma torniamo a noi. Di Fleabag è uscita da poco la seconda stagione, composta da sei episodi di circa 23 minuti ciascuno, che ritorna a raccontare le avventure della sua protagonista e della famiglia, ad un anno e poco più dopo la fine della prima stagione (che era uscita tre anni fa e che io avevo recuperato l'anno scorso). Della prima stagione avevo amato tutto: l'ambientazione, il personaggio di Fleabag, in tutti i suoi difetti, la confessione finale della sua spirale autodistruttiva dopo quello che ha fatto alla sua migliore amica Boo. La seconda stagione, che si apre dopo 371 giorni dai fatti della prima, senza che Fleabag abbia più rivisto né suo padre né sua sorella, vede la nostra protagonista in una condizione sicuramente migliore e più stabile. E infatti tutti un po' se ne stupiscono. 

Viene introdotto anche un nuovo personaggio: il prete che dovrà officiare il matrimonio tra il padre di Fleabag e la matrigna (sempre interpretata dall'esilarante Olivia Colman). Il prete (che non ha nome) è interpretato da Andrew Scott e diventerà l'interesse amoroso di Fleabag in questa stagione. Che è una scelta già di per sé piuttosto insolita, nonostante il prete sia molto giovane, divertente e diretto. Però è pur sempre un prete. E per questo Fleabag, nonostante abbia abbandonato il lato distruttivo di sé, cerca di approcciarlo in maniera abbastanza sottile per i suoi standard. Ci riesce ma qualcosa è cambiato in lei dalla prima stagione, per cui la vediamo alle prese con l'amore, quello vero, che va aldilà dell'attrazione fisica. Infatti, in una scena molto bella e a tratti piuttosto hot, Fleabag si confessa (letteralmente), mettendosi finalmente a nudo e distruggendo quel muro di apparente frivolezza che si è creata dietro il quale si nascondono tutte le sue insicurezze. Ed è grazie a quel momento di vulnerabilità che il prete si innamora realmente di lei. Anche perché è l'unico che riesce ad accorgersi dei suoi piccoli ma costanti momenti di 'distrazione' (che avvengono quando Fleabag parla direttamente al pubblico guardando direttamente l'obiettivo della videocamera).

Il finale è molto bittersweet, confesso di aver versato qualche lacrima. Ma è così ben recitato e così onesto che davvero non ci si può aspettare un happy ending, per cui non ci si rimane neanche troppo male. Non so se è stata doppiata in italiano ma, se ne avete la possibilità, guardatela assolutamente in lingua originale. In questa stagione
specialmente per sentire il divertente accento irlandese di Andrew Scott. Quando impreca fa morire dal ridere. 
Insomma, se amate le serie tv dirette, senza peli sulla lingua, con tante parolacce e situazioni grottesche non perdetevi Fleabag. All hail Phoebe Waller-Bridge.





giovedì 2 maggio 2019

Film Review: Star Wars -The Last Jedi e la cattiveria gratuita dei social

Vi sarà capitato (o forse no, se non avete Twitter) di vedere nel profilo del regista Rian Johnson, che ha scritto e diretto l'Episodio VIII di Star Wars - The Last Jedi, una serie di menzioni in cui lo distruggono. Letteralmente. Gliene vengono dette di tutti i colori, perché secondo molti ha rovinato la saga di Star Wars. E non si risparmiano in insulti, meme più o meno offensivi, denigrazioni di ogni tipo. Per cosa? Per un prodotto del suo lavoro, a cui ha dedicato per anni il suo tempo e le sue capacità. Johnson ci scherza su e sembra non prendersela in maniera particolare però chi lo sa cosa ne pensa realmente. Per non parlare poi di quello che ha dovuto subire Kelly Marie Tran, che nel film interpreta Rose. Vergognoso. 

Ma guardiamo velocemente anche dal punto di vista della critica, cosa dicono quelli del mestiere del film? Su Rotten Tomatoes ha una percentuale di apprezzamento del 91%, su Metacritic dell'86% e sulla maggior parte delle testate giornalistiche internazionali è stato recensito in maniera positiva, se non entusiastica. 

Io ero solo una bambina quando è uscito La minaccia fantasma di George Lucas, e non so se all'epoca il film fosse stato accolto alla stregua di quest'ultimo o se non ce ne fosse la percezione perché i social networks ancora non esistevano. Fatto sta che tuttora l'Episodio I, realizzato dal creatore originale della saga, è quello più odiato e non solo per motivi validi, ma anche per sciocchezze piuttosto frivole, come la creazione del povero Jar Jar Binks. 
Tuttavia, i due film non sono neanche comparabili: non stanno proprio sullo stesso livello, non è neanche lo stesso campo da gioco (cit. Jules). Sì, per entrambi le aspettative erano altissime e in ballo c'erano le possibilità di proseguire, idealmente con crescente successo, con la saga. Però il film di Johnson parte già da un gradino molto più alto, sia a livello di sceneggiatura che di regia.

Diciamoci la verità, con l'Episodio VII The Force Awakens, JJ Abrams ha giocato e vinto facile. A me piace tantissimo, non sto dicendo questo, ma è comunque ricalcato (molto) sul primo film della saga, A new hope. E' innegabile. Certo, JJ ha buttato in qua e là nel film qualche indizio che sembrava portasse ad altre rivelazioni nel capitolo successivo che, per molti, sono state insoddisfacenti. Una su tutte: chi sono i genitori di Rey? Forse JJ aveva in mente altro, o forse no, ma Rian Johnson ha dato seguito a questo indizio, risolvendolo nel suo capitolo in una scena molto ben recitata e piuttosto carica di emozioni in cui Kylo Ren fa ammettere a Rey la verità sui suoi genitori che, in fondo, lei ha sempre saputo. Non erano nessuno, feccia della società che ha abbandonato la figlia per soldi.


The Last Jedi ha il grande pregio di alternare in maniera abile le scene di pathos, i momenti di comic relief e i combattimenti sia tra navi spaziali che corpo a corpo. La scena dell'uccisione di Snoke nella stanza del trono in cui Rey e Kylo Ren/Ben Solo combattono insieme è una delle migliori di tutta la saga. Non si può non ammetterlo.


In un saggio molto ben fatto e pensato, Michael Tucker ci spiega come The Last Jedi sia il capitolo della saga in cui, finalmente, si cerca di "forzare" un cambiamento. Al contrario del creatore del video, io non mi sono dovuta costringere a riguardare il film per la seconda volta (anzi, al contrario, è uno dei film della saga nuova che riguardo più volentieri, insieme a Rogue One). Come spiega molto chiaramente Michael nel video, The Last Jedi ha risposto alle domande lasciate sospese alla fine del precedente capitolo, ma solo a quelle che riteneva valide ed è riuscito ad illustrare il viaggio intrapreso da ogni personaggio in maniera completa. Ed è proprio qui che, secondo me, risiede la forza di questo film.



Rian Johnson ha deliberatamente scelto di non dare al pubblico quello che si aspettava, preferendo una sceneggiatura in gran parte innovativa che cerca di "liberarsi" dal fardello del passato per poter, forse, intraprendere una nuova strada. Come da accordi iniziali, Johnson non ha preso parte alla creazione e produzione dell'Episodio IX, in uscita questo dicembre. Vedremo, dunque, a fine anno come avranno deciso di far finire questa nuova trilogia che, almeno per quanto mi riguarda, non ha fatto altro che consolidare il mio amore per l'universo di Star Wars.


sabato 27 aprile 2019

Music Review: Elliott Smith's Best Performances

Se possiamo considerare questa delle best performances una sorta di rubrica "regolare" del mio blog, allora ecco qui una lista incompleta di alcuni live di Elliott Smith, uno degli artisti che ascolto di più nella mia vita e che vorrei tanto fosse ancora qui con noi.

Angeles 
Al minuto 01:00 Elliott sbaglia e, visibilmente imbarazzato, dice una serie di "fuck" al punto che non vuole più finire la canzone (tra l'altro una delle sue più belle). Fortunatamente ci ripensa, e la riprende da dove aveva sbagliato, finendola e regalandoci una bellissima performance.


Twilight + Pretty (Ugly Before)
Non so perchè dal pubblico gli urlassero di suonare Freebird dei Lynyrd Skynyrd (?) ma qui Elliott insieme alla band suona due bellissimi pezzi, l'eterno Twilight (che periodicamente ascolto e riascolto a livelli ossessionanti) e Pretty (Ugly Before), di cui mi è sempre particolarmente piaciuto l'accompagnamento al pianoforte. A dirla tutta qui Elliott sembra leggermente fuori, probabilmente non era pulitissimo al cento per cento, però la performance è bellissima.


The Jon Brion Show 
Se avete tre quarti d'ora da dedicare all'ascolto di Elliott Smith, non potete perdervi il live al Jon Brion show. Jon Brion è un gran cazzone e come dice qualcuno nei commenti è molto fangirl nei confronti di Elliott. Qui suona insieme a Elliott e poi parlano, scherzano e incantano come al minuto 14:00 con Everything Means Nothing To Me. 



Fuji Rock Festival
Se invece avete voglia di un concerto con la band al completo, eccovi Elliott Smith con combriccola al Fuji Rock, festival in Giappone. Qui suonano un sacco di pezzi dagli ultimi album, ed è bellissimo vedere quando sia fatto come una scimmia il tastierista! Io veramente mi chiedo come facciano a suonare in quelle condizioni, se bevo una birra di troppo io inizio a suonare ai centomila all'ora :) 


Pitseleh 
Torniamo ai video di pezzi singoli, ed ecco in mezzo ad una folla schiamazzante che Elliott zittisce tutti suonando una delle sue bellissime ballate, così dolce, onesta e che arriva direttamente al cuore spezzandolo in due: Pitseleh. Non ho parole, questo pezzo è così bello.


Walt #2
Concludiamo (anche se potrei andare avanti per ore) con uno dei suoi pezzi più famosi, nonché quello attraverso cui l'ho scoperto anche io. Elliott è arrivato poi ad un punto della sua vita in cui non ne poteva proprio più di suonarlo live, ma io non mi stanco mai di ascoltarlo. I'm never gonna know you now but I'm gonna love you anyhow. 




Love you always and forever, Elliott ♥


venerdì 1 febbraio 2019

Series Review: YOU

Da qualche giorno ormai ho finito una breve serie originale Netflix che avevo iniziato un po' svogliatamente a guardare la sera prima di dormire (pessima scelta di orario, temo). Non perché sia horror e neanche particolarmente thriller. Ma perché parla di stalking, ossessione e spionaggio che CIA, spòstate. 
Sto parlando dell'ormai discussa YOU, che vede come attori protagonisti Penn Badgley e Elizabeth Leil. La serie è tratta da un romanzo, pubblicato nel 2014. Leggendo qua e là sull'internet mi pare di capire che a molti è piaciuta e ad altri ha fatto schifo, dividendo un po' il pubblico. Il mio giudizio è più positivo che negativo ma se proprio dovessi dare un voto da 1 a 10 starei sulla sufficienza e un mezzo punto in più.

La trama è molto semplice, in realtà: Joe è un trentenne che abita a New York e lavora in una bellissima libreria e sviluppa un'insana ossessione per Beck, che un giorno commette l'errore fatale di andare a comprare un libro da lui. Da quel giorno Joe la seguirà OVUNQUE, e intendo ovunque. 

Il tono di questo telefilm è sicuramente (e volutamente) grottesco: infatti, nonostante la premessa sia quella di un thriller, né la regia né la sceneggiatura vanno in quella direzione. Il fatto che Joe parli, per il 90% dello show, con la voce fuoricampo che esprime i suoi pensieri, ci rende il tutto molto meno spaventoso e con rari momenti di suspance. Il punto di vista è proprio quello del carnefice, ovvero di Joe e, solo per una breve parte di un episodio, viene usato quello di Beck, illudendoci di un cambio di prospettiva che, di fatto, non avviene. Usare il point of view di Joe è stato chiaramente rischioso per i produttori della serie perché molte persone hanno visto in questa scelta una sorta di volontà di redenzione del personaggio che, secondo me, non era per niente prevista e nemmeno voluta. Alla fine della serie, se siamo normali, Joe ci schiferà moltissimo e vorremmo che facesse una fine orribile, nonostante durante il corso delle dieci puntate, abbiamo potuto comprendere l'origine del suo comportamento malato. E dico comprendere e non giustificare. 

Dal punto di vista degli attori, per me, Penn Badgley ha fatto un ottimo lavoro. Con quell'aria così smunta e quello sguardo sempre un po' borderline tra il rassicurante e l'ossessionato, ha incarnato perfettamente un personaggio profondamente turbato psicologicamente che cerca di vivere nel mondo reale secondo le proprie regole che, ovviamente solo per lui, sono quelle giuste. Certo, non mancano anche momenti da face palm e alcuni risvolti assolutamente improbabili: un esempio su tutti è quando Paco, il ragazzino che ahimè ha Joe come mentore, lo saluta al momento del suo trasloco abbracciandolo e sorridendogli quando sicuramente sa cosa ha fatto alla povera Beck. 
Beck, parliamo un attimo di lei. Credo che anche col suo personaggio sia stato fatto un buon lavoro di rappresentazione: bella ma fragile, con un potenziale che fatica a far fuoriuscire, rappresenta esattamente ogni trentenne di questi tempi che 'danza' per il mondo facendosi trasportare dagli eventi. Questo non la rende debole, ma solo vulnerabile. E purtroppo questa sua vulnerabilità è ciò che la rende vittima perfetta di un sociopatico come Joe.

Penso di aver detto tutto quello che mi ero prefissata di dire. Voi l'avete vista YOU? Vi è piaciuta, vi ha lasciato indifferenti, vi ha fatto schifo? Dite, dite!


domenica 30 dicembre 2018

Film Review: American Pastoral


Ieri sera, nella solitudine e nel buio nebbioso della Val Padana, ho deciso che era un buon momento per guardare American Pastoral, la trasposizione cinematografica del romanzo di Philip Roth, col debutto alla regia di Ewan McGregor.

Il film è ormai uscito due anni fa, dopo un lungo travaglio che ha visto susseguirsi diverse persone alla regia, ma la sceneggiatura è sempre stata scritta da John Romano. Che, diciamocelo, non aveva un compito proprio facile, perchè se pensiamo a romanzi che si prestano poco alla trasposizione cinematografica, Pastorale Americana è proprio uno di quelli.

La trama è in realtà molto semplice: siamo negli anni Sessanta, Seymor Levov, il ragazzo più bello e popolare della scuola, dopo la leva militare sposa Dawn, regina di bellezza del New Jersey. Lui è ebreo ed eredita dal padre una fabbrica di guanti in pelle. La moglie invece è cristiana e avranno una bambina, Merry. Merry balbetta molto come strumento di difesa per convivere con la perfezione, sia estetica che lavorativa, dei genitori. Merry crescendo mostra di avere una particolare affezione per il padre e mal sopporta la madre e si appassionerà in età adolescenziale ai problemi del mondo di quel periodo: è contro la guerra del Vietnam, è dalla parte dei neri d’America che vengono sfruttati dai capi bianchi. Conoscerà un gruppo di attivisti rivoluzionari di estrema sinistra a New York e a soli 16 anni compirà il suo primo atto terroristico mettendo una bomba nell’ufficio postale di Newark, la sua città. Da allora sparisce per sempre, e in tutto il film lo Svedese prova con tutte le sue forze a ritrovare la figlia e a portarla a casa.

Io non ricordo quando ho letto il romanzo di Roth, ma penso sia stato un paio di anni fa. E ricordo molto bene che, procedendo con la lettura, ero continuamente stupita dai risvolti della vicenda, nonostante non ci siano colpi di scena particolarmente eclatanti. Il romanzo cerca (e secondo me ci riesce) di mettere nero su bianco il fallimento di una vita intera, ma soprattutto il fallimento di una persona che esternamente sembra perfetta, che mai ci si aspetterebbe possa avere una traiettoria così discendente.

Ora. Io avevo letto qualche recensione qua e là del film che lo linciavano a destra e a manca, per cui onestamente mi aspettavo una cagata pazzesca. In realtà non è poi così brutto, è solo che ha alcuni difetti che mal si sopportano se si ama il romanzo di Roth. In primis, il film è molto breve ed è stata comunque inserita la cornice che c'è nel libro, ovvero quella del racconto di Nathan Zuckerman (alter ego di Philip Roth) attraverso il quale noi veniamo a conoscenza della vicenda di Seymour “Svedese” Levov. Nel film, però, Zuckerman ha un ruolo assolutamente inutile, quando ovviamente nel libro non è così perché è proprio grazie a lui che capiamo quanto sia avvilente e demoralizzante vedere lo Svedese fallire nella sua vita, poiché proprio lui rappresentava per tutti i suoi amici il simbolo della realizzazione del sogno borghese americano.

Inoltre, per quanto a me piaccia Ewan McGregor come attore, non l’avrei mai scelto per interpretare lo Svedese, perché non ha per niente l’aspetto del personaggio descritto nel romanzo. E non è un dettaglio da poco, poiché la sua fisicità è uno dei motivi per il quale Zuckerman credeva che a lui sarebbe andato tutto bene nella vita, ed è anche uno dei motivi per cui, probabilmente, la figlia inizia ad avere problemi nel periodo preadolescenziale. Poi il personaggio di Dawn, madre di Merry e moglie dello Svedese, rimane impresso nel film come assolutamente superficiale quando in realtà lo sviluppo del suo personaggio è più complesso nel romanzo.

Probabilmente il vero, grande problema del film è che la sceneggiatura è un po’ troppo scolastica: tutte le scene salienti vengono rappresentate ma così si perde tutto ciò che rende il romanzo di Roth un capolavoro dell’era contemporanea: quella sensazione di colpa paterna, di incomunicabilità generazionale, di fallimento dell’ideale borghese e consumistico che ha scosso una intera generazione negli Stati Uniti e non solo.

Tuttavia, come vi dicevo all’inizio del post, a me non è sembrato così brutto: la scenografia, specialmente la fabbrica di guanti dello Svedese, è proprio come me l’ero immaginata leggendo il romanzo e le interpretazioni, in primis di Ewan McGregor, sono credibili e trasmettono bene quel senso di assurdità, impotenza e anche squallore che sono poi le stesse sensazioni che si hanno leggendo il romanzo.

Avrei tante altre cose da dire (sul personaggio di Rita Cohen, sul finale, sulla scena cruciale del bacio tra padre e figlia ancora bambina) ma mi fermo qui perché quando parlo di libri e film tratti da libri che ho letto e amato, potrei andare avanti ad infinitum.





venerdì 30 novembre 2018

Film review: Le mie rom-coms preferite

Non so perché ma l'autunno mi sembra sempre il momento migliore per guardare (e riguardare) tutte le mie commedie romantiche preferite, in attesa di iniziare a fare le maratone di film di Natale per entrare nello spirito.

Dico la verità, fino a qualche anno addietro odiavo le commedie romantiche soprattutto quelle più leggere. Ma, grazie a Dio, i gusti cambiano e ora sono diventata proprio la spettatrice perfetta delle rom-coms: plaid, divano, gatto e snack.
Di seguito alcune delle commedie romantiche che mi piacciono di più e che credo siano ideali da guardare durante questa stagione:

7. Pretty Princess/ The princess diaries
Tipica commedia romantica adatta ad un pubblico di adolescenti ma che non posso fare a meno di riguardare volentieri. Una Anne Hathaway giovanissima, in questo film ritroverete tutti i più fastidiosi clichés: un castello, un piccolo regno inesistente che termina in -via (in questo caso Genovia), un makeover strabiliante, una ragazza che non si attiene all'etichetta, uno scandalo a corte. Un cocktail perfetto per chi, come moi, alla soglia dei trent'anni si rifiuta di uscire dall'adolescenza.



6. Notting Hill
Devo essere totalmente sincera e confessare che ho visto Notting Hill per la prima volta quest'anno o forse l'anno scorso. Cosa mi ero persa?! Hugh Grant, Julia Roberts, Londra, una piccolissima libreria di nicchia, la fama, una tipica abitazione inglese, i paparazzi: c'è tutto in questa commedia romantica che scalda anche i cuori più glaciali, neri e pelosi.



5. 27 dresses/ 27 volte in bianco
Anche Katherine Heigl può essere considerata una garanzia nel genere rom-com, non so perché sia tanto odiata mediaticamente. Questa è la tipica commedia che, come inizia, sai già anche come andrà a finire però la guardi ugualmente perché è bello vedere la protagonista passare da una povera disperata a una donna che riuscirà finalmente a trovare l'amore, a due passi da lei.



4. Tutte le volte che ho scritto ti amo / To all the boys I've loved before
Questo film è uscito quest'anno distribuito da Netflix e onestamente non mi aspettavo molto da una rom-com i cui protagonisti sono al liceo e invece è stata una bella sorpresa! Protagonista è Lara Jean, una ragazza molto carina ma piuttosto timida che vive un po' nella sua bolla e un bel giorno la sua vita verrà sconvolta dall'invio, a sua insaputa, di alcune lettere che aveva scritto ai ragazzi di cui si era innamorata. Così inizierà per gioco una finta relazione con Peter che però col passare del tempo si farà sempre più seria.



3. Chocolat
Sfido chiunque a dire che questo non è un bel film, tralasciando il fatto ovviamente che è ambientato in Francia, la protagonista è Juliette Binoche ma tutti parlano in inglese. Sono cose che non si spiegano, avrebbero semplicemente potuto ambientare il film in un paesino inglese. Ma va beh, aspetto meramente linguistico a parte, questo è uno di quei film che: a) ti fanno venire fame, e b) ti fanno venire voglia di essere empatici e gentili come la protagonista, che si prodiga anche troppo per tutti, e dico tutti, gli abitanti di quello strano paese.



2. Quando meno te lo aspetti / Raising Helen
Kate Hudson è una garanzia per quanto riguarda questo genere. Qui interpreta Helen, una bellissima ragazza che vive a New York e lavora per un importante magazine di moda quando, da un giorno all'altro, si ritrova a dover crescere i figli di sua sorella, tra cui un adolescente, un bambino che va alle elementari e una bambina dell'asilo. Ovviamente, come dice il titolo inglese, quella che realmente crescerà durante questa esperienza sarà proprio Helen che grazie al ruolo di mamma, nonostante sia forzato e quasi obbligatorio, imparerà a capire quali sono le cose realmente importanti nella vita.



1. Questione di tempo/ About time
Questo è assolutamente uno dei miei film preferiti in generale. Sono tanti i motivi: Domhnall Gleeson, Bill Nighy, Rachel McAdams in primis; poi è un film inglese che è quasi sempre un plus; e poi c'è anche di mezzo l'escamotage fantascientifico del viaggio nel tempo a rendere tutto super accattivante. Perché, diciamocelo, quella tra i due protagonisti è una normalissima storia d'amore, con i suoi alti e bassi. Però è al contempo una storia romantica, un racconto di famiglia, di problemi quotidiani e di tanto taaaanto amore. E poi io ho un grande debole per quel ginger head di Domhnall.



Vi prego ditemi che non sono l'unica tardona a guardare queste commedie romantiche. E confessate! Quale sono le vostre preferite? Alla prossima!

sabato 26 maggio 2018

Film Review: Dogman

Ieri sera ho deciso che era un buon momento per andare al cinema in solitaria a vedere Dogman, di Matteo Garrone. Sono sempre stata molto esterofila nei miei gusti cinematografici, ma ultimamente la mia anima ha sete di cinema italiano. Tutto è in realtà cominciato una sera di qualche mese fa: ero ammalata, non riuscivo a dormire e ho guardato su Rai Movie un film di Francesca Archibugi, Il nome del figlio. So che è il remake di un film francese ma mi è piaciuto davvero molto. E ho iniziato a chiedere a me stessa la ragione per cui non guardo più spesso film italiani. Non ho trovato risposta. Sarà che è da quando ho quattordici anni che studio intensamente le lingue straniere e per impararle meglio guardo cose in lingua originale, sarà che tutto ciò che viene fatto altrove sembra sempre avere un fascino maggiore.. non lo so. Fatto sta che ora voglio recuperare molto del cinema nostrano perché sono molto indietro e terribilmente ignorante a riguardo.

Tutto questo preambolo per dire che io di Garrone non ho mai visto niente: neanche Gomorra o Tale of Tales. Nada. Ma Dogman mi aveva già attirata dal trailer e poi quando ho visto Marcello Fonte che ha vinto il premio come miglior attore a Cannes e la genuinità del suo discorso...non ho potuto fare a meno di recuperarlo al cinema.

Vado al cinema senza leggere trama né sapere niente del fatto di cronaca a cui Dogman è liberamente ispirato. E con gli occhi lucidi esco dalla sala uccisa nei sentimenti.

Dogman è un film sulla desolazione, sul senso di impotenza, sul sentirsi piccoli all'interno del mondo in cui si vive. E queste sensazioni ti rimangono addosso perché Marcello Fonte non sembra nemmeno un attore. E' talmente genuino nella sua interpretazione che manca quel distacco emozionale che normalmente c'è nei confronti di un personaggio tutt'altro che perfetto. Il protagonista Marcello non è né un eroe né un antieroe. E' una persona normale che subisce la violenza psicologica di Simone e non riesce a trovare un modo per liberarsi da questa sorta di Sindrome di Stoccolma che lo lega a lui. La scena in cui Marcello è dalla polizia che lo intima di firmare la dichiarazione che gli permette di non andare in prigione è una delle scene più strazianti di tutto il film. Cruda, diretta, semplice ma potente. Negli occhi di Marcello si legge ogni suo pensiero senza che nessuna parola venga detta. Noi lo capiamo ma al contempo vorremmo dirgli: "Marcé, ripigliati! Non fare il coglione!". Noi non lo possiamo amare come lo ama sua figlia ma non lo riusciamo neanche ad odiare perché Marcello non è cattivo o codardo, è solo impotente nei confronti di una figura che lo usa soprattutto dal punto di vista emotivo per i suoi beceri scopi. Vuole solo essere amato.

Il luogo in cui è ambientato ha il potere di immergere il film in una dimensione tutta sua, che sta in equilibrio tra la distopia e la realtà. Alla fine Marcello vuole solo far vedere ai suoi la sua grande opera, sperando così di riconquistare la loro fiducia e la loro amicizia e quando sembra tanto così dal riuscirci scopriamo che, ancora una volta, è da solo. Da solo nel dolore, da solo nella riuscita di un piano che stava per fallire, da solo nel senso di liberazione. Da solo come un cane. Anzi no, da solo con il suo cane, il suo "amore!"



martedì 13 febbraio 2018

Film Review: Documentari

Buongiorno mondo dell'internet, oggi vorrei brevemente parlare di alcuni documentari che mi sono molto piaciuti e che ho visto negli ultimi mesi. Direi che quasi tutti sono reperibili su Netflix.
Debbo ammettere che negli anni addietro non ho mai molto considerato l'esistenza dei documentari, però a volte capita che io abbia voglia di vedere qualcosa che non sia finzione e così ho iniziato ad approcciarmi al genere.
Detto ciò, iniziamo con la lista.

What happened, Miss Simone?
Questo bellissimo documentario, che infatti fu anche candidato agli Oscar, tratta della vita di Nina Simone. Lo fa in maniera schietta, alternando immagini e riprese di repertorio ad interviste. C'è anche molta musica, ovviamente, e per chi ama Nina Simone direi che è quasi una visione obbligatoria. Nina era una persona forte ma disturbata, e ha cercato per tutta la vita di essere compresa e amata. Magari non ci sarà totalmente riuscita, specialmente con le persone che le stavano accanto, ma ci ha provato duramente.



Heaven adores you
Heaven adores you è un documentario su Elliott Smith, uno dei miei artisti preferiti in assoluto di sempre. Anche qui si alternano immagini e video di repertorio, con tantissimo footage di concerti di Elliott, ad interviste ad amici, parenti e colleghi musicisti. Quello che ne viene fuori è un ritratto piuttosto onesto di Elliott: era una persona complicata ma estremamente simpatica e vivace, schietta ma anche riservata. Non c'è dubbio che il cielo lo adora.



Expedition happiness
Questo documentario tedesco è stato da poco aggiunto su Netflix nella sua versione inglese. Racconta l'avventura di due giovani ragazzi tedeschi che decidono di intraprendere col loro cane un viaggio alla scoperta del continente americano. Trasformano un vecchio scuolabus in una vera e propria casa su ruote e partono alla volta di Canada, Stati Uniti, Centro America. Nonostante il loro progetto fosse quello di arrivare fino in Argentina, hanno dovuto cambiare piani a seguito della malattia del loro cane. Bellissime anche le musiche originali della protagonista, in arte Mogli.



Minimalism
In questi ultimi tempi vi sarà sicuramente capitato di sentire spesso parlare di minimalismo. Per alcuni è diventato uno stile di vita, ed è quello che ci viene raccontato in questo documentario che segue appunto la vita di alcune persone che hanno adottato il minimalismo in molti aspetti della loro quotidianità. Onestamente il film in sè non è super bello, a tratti è piuttosto noioso. Ma le idee che vengono presentate sono sicuramente interessanti. Il messaggio che alla fine cerca di far passare è quello di cercare di vivere consumando meno e focalizzandosi su ciò che è veramente importante, ovvero i rapporti umani.
Se vi appassiona il tema dello stile di vita minimal, vi consiglio di seguire sui vari canali social Trash is for tossers.



Sustainable
Chi mi conosce sa che amo l'ambiente e la cosiddetta sustainability. Quindi non potevo bypassare questo documentario americano. Devo dire che è bellissimo, a tratti commovente. Segue le vicende di alcune famiglie di agricoltori e allevatori americani intorno alla zona di Chicago, che hanno fatto della loro attività un mezzo per generare non solo prodotti di alta qualità ma anche posti di lavoro che siano al contempo etici e appaganti. Il film è molto bello non solo perchè insegna moltissimo sulle tecniche agricole e sull'importanza della varietà dei prodotti che la terra può offrire senza ricorrere alle coltivazioni estensive, ma anche perchè mette al centro i rapporti umani che si creano attraverso la sostenibilità. Ve lo consiglio caldamente.


E questo è quanto, gente. Alla prossima!

lunedì 29 gennaio 2018

Movie Review: La mia sui film candidati all'Oscar (parte I)

Ossequi, gente. Le sere della settimana appena trascorsa sono state utili per iniziare il mio recupero dei film candidati all'Oscar (s'intende come migliore pellicola). 
Riguardiamo velocemente quali sono: The shape of water, Dunkirk, Lady Bird, Call me by your name, Three Billboards outside Ebbing, Missouri, Darkest Hour, The phantom thread, Get Out, The Post. 

Di questi, per ora, ne ho visti cinque. Per cui questa è la mia personale classifica provvisoria. 

5. Darkest Hour
In tutta onestà non avrei guardato questo film se non per vedere in che misura la candidatura di Gary Oldman come migliore attore fosse giustificata. E' stato indubbiamente bravo, camaleontico. Il film, tuttavia, non l'avrei personalmente inserito nella categoria più ambita. E' ben fatto, tratta di un periodo storico molto circoscritto, e si ricollega (come se fosse un puzzle di 'ricostruzioni storiche' della Seconda Guerra Mondiale) al Discorso del Re e a Dunkirk. Oldman è stato indubbiamente molto abile nel ritrarre Churchill come un uomo consapevole del suo compito ingrato ma anche, e soprattutto, come un normale uomo anziano inglese. 

4. Dunkirk
Ricordo di essere andata al cinema quest'estate in solitudine a vederlo, una sera finito il lavoro. E' stata un'esperienza bellissima, non penso che chi l'ha visto su un pc o sul televistore abbia potuto comprendere la grandezza di questo film. Mette un senso di ansia veramente tangibile, mi ricordo di aver pensato durante la visione: "Questa è l'esatta rappresentazione visiva e sensoriale di cosa vuol dire essere in trappola e sapere che non c'è una via d'uscita se non morendo". Quindi trovo che la sua candidatura sia più che giusta e, onestamente, anche quella di Nolan come regista. 

3. Lady Bird
Sinceramente non so se questa candidatura sia stata fatta solo per motivi "politici". Lady Bird è sicuramente un bel film, recitato molto bene. Un coming of age in cui mi sono identificata tantissimo. Mi ha veramente fatto rivivere i momenti più strani della tarda adolescenza, in cui si crede di sapere quello che si sta facendo e lo si porta avanti con una convinzione che, superata quella fase, è difficile ritrovare. Penso che Saoirse Ronan abbia saputo veramente incarnare alla perfezione quel senso di angst tipico dell'età in cui si è a metà tra il voler essere ancora cullata dalle braccia dei genitori e l'odore di indipendenza assoluta che si respira una volta finiti gli studi. 

2. Three Billboards outside Ebbing, Missouri
Prima di vedere il film che occupa il numero uno nella mia classifica, credevo che Three Billboards sarebbe finito sul gradino più alto del podio. Mi è piaciuto da impazzire. E' scritto, recitato e girato benissimo. Frances McDormand è veramente, e lo dico in maniera convinta, l'attrice più brava della sua generazione. Stesso discorso vale per Sam Rockwell, lo amo. Entrambi sono riusciti a dare talmente tante sfaccettature a questi due personaggi, che è impossibile definirli con un solo aggettivo. La storia, poi, è al contempo vecchia e nuova; mi spiego meglio: le situazioni descritte sono purtroppo una realtà quotidiana ma il modo e, talvolta, la leggerezza con cui vengono trattate sono una boccata di aria fresca. Grande film, davvero.



1. Call me by your name
Ma poi è arrivato il momento di vedere questo. Mentirei se dicessi che è stato amore a prima vista, perchè così non è stato. Confesso che per i primi venti minuti non ho gridato al capolavoro anche se stavo apprezzando la visione. E, chi mi conosce lo sa, non mi piace essere campanilista a tutti i costi (d'altronde sono tuttora convinta che l'Oscar a Sorrentino per La grande bellezza sia stato rubato a The broken circle breakdown) soprattutto perchè di Guadagnino penso di aver visto solo Melissa P. e non me lo ricordo per niente. Ma, ed è un grande ma, non riesco a smettere di pensare a quanto sia bello Call me by your name. E' stupendo. E' un'opera piena di sentimento, di emozioni, di silenzi, di sole estivo, di musica, di amore, di comprensione, di disperazione soffocata. Tutto è bello in questo film: l'ambientazione (quella villa mi rimarrà per sempre nel cuore), il modo in cui l'arte pervade ogni momento, i genitori di Elio e il rapporto di amore e comprensione che hanno col figlio. 
Ho amato tutte le interpretazioni: chapeau per i due protagonisti, Hammer e Chalamet, ma anche per Stuhlbarg, che mi ha fatto versare lacrime nel monologo finale. Rimane un mistero per me, il motivo per cui Guadagnino non sia stato candidato all'Oscar come miglior regista perchè, onestamente, ci stava tutto. 



E questo è quanto, per ora. Ci rivediamo per la seconda parte, in cui scriverò due righe sugli altri film candidati all'Oscar. 

martedì 7 marzo 2017

Film review: La mia sui film candidati all'Oscar

Buongiorno a tutti, avevo iniziato questo post molto prima della fatidica notte degli Oscar ma poi, come succede, ho avuto troppo da fare e ho rimandato la visione di alcuni film a dopo la notte della premiazione. Sono riuscita per la prima volta a guardare live la serata ma mi sono persa il momento più clou dello show. Dopo che hanno detto che il miglior film era La La Land, con un sonoro "Ma va a cagare" ho spento la TV perchè, porca miseria, erano le 6.10 e non ce la facevo più. Questa è la prima parte, mi mancano da vedere ancora tre dei film che erano candidati all'Oscar per migliore pellicola. 

La La Land: onestamente l'ho trovato carino, ma non ho gridato e non penso griderò al capolavoro. Non ho mai trovato i musical troppo interessanti, specialmente quelli più "classici" in cui da un momento all'altro uno dei personaggi si mette a cantare e ballare e non si capisce come venga giustificato quello stacco all'interno della narrazione. So che non è strettamente necessario giustificarlo, ma mi irrita non poco. O si fa tutto credibile o non lo si fa a metà. Questa è la ragione per cui non amo i musical. Certo, so che Damien Chazelle aveva proprio in mente di trasportare il tipico musical dell'epoca d'oro di Hollywood in tempi contemporanei ma a me proprio ha lasciato una sensazione di anacronismo non indifferente. Detto ciò, il film è girato bene, recitato bene, la theme song è molto carina (solo quella). Ma io ho apprezzato mooolto di più il suo Whiplash. Sorry. 7/10





Hacksaw Ridge: E' un film che si divide in maniera molto netta in due, la prima parte è un romance ambientato nel sud degli Stati Uniti che ci presenta il protagonista per quello che è: un ragazzo semplice (nel senso più basilare del termine) che si innamora, che prega, che decide di essere coerente con il suo credo, che ama la sua famiglia, in qualche modo anche il padre violento. La seconda parte è caratterizzata dalla guerra, specialmente dalla violenza. E non credo che Mel Gibson volesse dare spettacolo. Anzi, mi ha ricordato molto Salvate il soldato Ryan (che in ogni caso preferisco di molto) proprio nella messa in scena delle esplosioni, dei corpi che saltano in aria, dell'obiettivo della videocamera che si sporca di sangue. E' una storia vera, quindi si chiude con alcune immagini del vero protagonista che poi è campato cent'anni (circa). Dal momento in cui vediamo il vero Doss capiamo perchè Andrew Garfield aveva sempre quell'espressione un po' imbambolata da scemo. 6.5/10




Lion: mentirei se dicessi che alla fine non ho pianto come una deficiente. Lion è stato un film difficile da realizzare perchè anch'esso tratto dalla vera storia di Saroo, che ha dedicato un libro all' impossibile ricerca del suo paesino natale in India, dopo che si era perso da bambino a Calcutta ed è stato dato in adozione ad una amorevole famiglia in Australia. Lion è un film girato discretamente (soprattutto la prima parte ambientata in India) ma soprattutto molto ben recitato: da Sunny Pawar, da Dev Patel e da Nicole Kidman. Specialmente i due Saroo ci fanno molto emozionare (e piangere, diciamo la verità). Ci sono alcune scene davvero strazianti e sfido chiunque a non aver avuto almeno gli occhi lucidi. Leggendo un po' in giro, c'è chi critica al film di essere costruito per far piangere la gente. Non ho affatto avuto questa sensazione, anzi mi è sembrata una rappresentazione onesta di una struggente storia vera. On a less serious note: da quando Dev Patel si è fatto così figo?! Io tifavo per lui, la notte degli Oscar. 8/10



Moonlight: avevo aspettative leggermente troppo alte su questa opera del cinema nero. Non è che non mi sia piaciuto, anzi. Però non ho gridato al capolavoro. Sinceramente non saprei dirvi il perchè. E' molto ben recitato, molto ben girato, molto ben scritto. Le musiche tra l'altro sono veramente fantastiche. E' sì molto difficile da capire in lingua originale, forse è stato quello che mi ha tenuto leggermente distaccata dalla vicenda raccontata. Onestamente non capisco la candidatura all'oscar per Mahershala Ali perchè, per quanto la sua parte sia ben recitata, ha un ruolo davvero breve (anche se fondamentale) all'interno del film. Piuttosto avrei candidato Trevante Rhodes perché ha saputo rendere in maniera favolosa un uomo dall'aspetto duro ma dal carattere timido e incerto proprio come quando era bambino. A volte si ha la sensazione proprio che sia ancora lo stesso attore (Chiron da bambino: Alex Hibbert) cresciuto. 8/10




Hidden Figures: è un bel film, che rappresenta una bella storia di riscatto da parte di tre donne afroamericane con i controcazzi. Intelligenti e con tanta voglia di mostrare a tutti il loro valore il contributo che possono dare alla società e soprattutto al progresso scientifico. Certo non è un film che rimane particolarmente impresso per le sue doti tecniche, ma è comunque una visione positiva. Non so perchè, ma ho pensato che potesse essere un film che avrebbe potuto girare il buon vecchio Spielberg. Ovviamente la scelta di candidarlo all'Oscar penso sia più politica che altro, e a buon ragione.  E' arrivata l'ora di raccontare storie positive riguardo a persone che vengono discriminate senza motivo in modo che tutti possano mettere i pregiudizi da parte. They will be hidden no mo'. 7/10




Manchester By The Sea: personalmente il film che ho preferito su tutti. You know me, mi piacciono da morire i film tristissimi. Ma perchè, voi vi chiederete. Non sono masochista, è che sono quei film che mi fanno provare tantissime emozioni forti. Io ho paura di andare sulle montagne russe, quindi ripiego così. Manchester by the sea è uno di quei film onesti, diretti e tremendamente veri. Racconta una storia triste ma assolutamente verosimile e lo fa senza tanti fronzoli e senza voler per forza mostrare alcuni dei momenti più strazianti della vicenda (per esempio, non vediamo mai il personaggio di Michelle Williams scagliarsi violentemente contro il marito dopo la tragedia). Recitato da dio, scritto ancora meglio e ambientato in una cittadina tremendamente provinciale degli Stati Uniti, Manchester By The Sea è per me il film che avrebbe dovuto vincere. 9/10


Goodbye, e ci rivediamo con la seconda parte del post dove parlerò di: Fences, Hell or High Water, Arrival. 

domenica 22 gennaio 2017

Series Review: 20 motivi per cui ho amato The OA

1) Brit Marling. 

2) La prima puntata mi ha sconvolta, e per un giorno intero mi ha fatto riflettere.


3) È fantascienza, è fantasy, è drammatico, è d’avventura. Insomma, non rientra in un’unica categoria, in un unico genere.


4) È una serie, ma al contempo non lo è. Un lungo film diviso in capitoli di diversa lunghezza, con la sigla che c’è ma parte a puntata finita e ti spiazza moltissimo.


5) I Movimenti mi ricordano le danze di Florence Welch nel suo ultimo album, How big how blue how beautiful.


6) C’è Riz Ahmed con i suoi grandi occhioni neri da cerbiatto.


7) È inclusivo.


8) Il finale è aperto e si offre per più di una interpretazione. Non c'è bianco e nero, solo grigio. Potrebbe esserci una seconda stagione ma anche non ci fosse, non intaccherebbe il modo in cui è terminato.


9) Come altre opere cinematografiche, riesce a consolarmi un po’ quando penso all’infinito che seguirà dopo la morte, non solo mia ma della Terra intera quando il Sole si spegnerà.


10) Da quando ho finito la visione dell’ultima puntata, non riesco a smettere di pensarci su. The OA è riuscita veramente a viaggiare attraverso le dimensioni?


11) Mi piace il quartiere dove abitano i protagonisti. È estraniante.


12) The OA non è una narratrice affidabile ma ci fidiamo lo stesso di lei. Perché riesce a farci credere in qualcosa che è più grande di noi. Ma: fin dove riusciamo a spingerci per pura e cieca fede?


13) Ho ancora in testa quelle sei note di violino che Prairie suonava da cieca.


14) Non c’è bisogno di avere un fisico bestiale per poter fare i movimenti, grazie Betty.


15) In una puntata, Buck prova i Movimenti sulla canzone All your yeahs dei Beach House.


16) Il limbo di Prairie è bellissimo.


17) The unknown is truly inside us, inside our minds.


      18) Non c'è nessuno che sia veramente buono o cattivo. Ognuno viene spinto da un sentimento più grande del semplice egoismo: questo succede per Hap, per Prairie, per Homer, per i genitori adottivi di Prairie.


      19) Vorrei veramente tanto che ci fosse una seconda stagione, perchè vorrei vedere di più dell'universo creato da Brit Marling e Zal Batmanglij

 
      20) Come diceva il poster di Mulder: I WANT TO BELIEVE.



martedì 17 gennaio 2017

Film Review: 2 days in Paris

Pochi sanno che amo moltissimo Julie Delpy per la sua interpretazione di Celine nella trilogia Linklateriana dei Before Sunrise/Sunset/Midnight. Ma nessuno sa come seleziono i film da vedere su Netflix: assolutamente a casaccio. Aggiungo moltissimi titoli alla mia lista senza entrare a leggere scheda alcuna, per cui quando ho aggiunto 2 days in Paris non sapevo neanche che la regista, la sceneggiatrice, nonché interprete principale fosse l'adorata Julie Delpy.

Dato che ultimamente non guardo moltissimi film, con mia grande sorpresa mi stupisco di quanto sia brava nella selezione casuale di pellicole da vedere. E anche con questo 2 days in Paris non mi sono smentita.

E' uno di quei film che piacciono a me: diretti, onesti, witty, esasperati e assolutamente irresistibili. Racconta di un paio di giorni nella vita di Marion e Jack, lei francese e lui americano che stanno insieme da due anni. Dopo una disastrosa vacanza a Venezia, si stanno recando a Parigi per passare qualche giorno insieme alla famiglia di Marion. La loro relazione verrà messa a dura prova.

Ogni tanto penso a quanto questa tipologia di film sia odiata da moltissima gente, amici e fidanzato inclusi. E mi ritrovo a chiedermi il perchè. Quello che probabilmente a molti non piace, al di là della semplice mancanza di "azione" nel senso più basico del termine, è vedere rappresentata la vita vera sullo schermo. Julie Delpy non è un'artista escapista, non vuole trasportarci in un'altra dimensione e farci dimenticare della nostra vita per un paio d'ore. 2 days in Paris ci mette di fronte alla nuda e cruda verità: le relazioni sono molto difficili, e basta veramente pochissimo a rovinarle. Quanto conosciamo davvero la persona con cui stiamo? Quali sono le insicurezze che ciascuno vede nell'altro che potrebbero portare ad una definitiva rottura? Sono queste le domande che questa pellicola ci pone. Senza farsi mancare scene esilaranti e assurde che rendono l'insieme molto leggero e divertente.

Il tutto, ovviamente, condito dalle fantastiche e genuine interpretazioni di Julie Delpy e Adam Goldberg in primis, e di tutti gli altri attori francesi e non (strizzatina d'occhio alla fatina Daniel Brühl). Anche dal punto di vista tecnico, la regia della Delpy è molto apprezzabile specialmente quando interviene la voce narrante che accompagna alcune scene clou nella relazione tra i due protagonisti. Tra l'altro, ancora mi stupisco di quanto Julie Delpy sia estremamente sarcastica, poetica e abile nello scrivere, specialmente in una lingua acquisita, come l'inglese. E poi è così naturalmente bella. La amo. E amo questo film.




lunedì 14 novembre 2016

Music Review - Regina Spektor, Remember us to life

Buongiorno gente, l'inverno è arrivato ed è giunta l'ora di una nuova recensione musicale.
Parlerò brevemente dell'ultimo album della tanto amata cantautrice Regina Spektor, intitolato Remember us to life.
Questo album esce dopo quattro anni dall'ultimo lavoro, tra l'altro da me apprezzatissimo, What we saw from the cheap seats; in questi quattro anni Regina si è data molto da fare: ha scritto il brano You've got time per il telefilm Orange is the new black, nominato ai Grammy. E in più ha dato alla luce il primo figlio insieme al marito Jack Dishel.

Come tutte le artiste donne, e anzi solo per le artiste donne, c'è sempre stata quella che Regina in un'intervista definisce una "paranoia" di non riuscire più a produrre arte dopo essere diventate madri. E' un'ossessione costante nel mondo artistico, ma in particolare in quello della musica. Come se, diventando madre, una donna non avesse nient'altro da dare al mondo. Invece Regina ci parla molto onestamente di come l'essere madre l'abbia resa molto più concentrata e meno incline alla procrastinazione. E di come, nonostante lei stessa abbia confermato che questo periodo è uno dei più felici della sua vita, ne sia venuta fuori un'opera artistica piuttosto cupa.

Ma bando alle ciance e iniziamo con l'analisi dell'album Remember us to life, brano per brano. L'album parte molto secco con Bleeding heart, una canzone che si sviluppa moltissimo: parte come brano piuttosto pop e allegro, ha un intramezzo quasi punk e finisce con un outro davvero struggente che, appunto, ci fa sanguinare il cuore. I toni si fanno più allegri nella successiva Older and taller, in cui i versi "enjoy your youth, sounds like a threat" risuonano davvero come una minaccia con quella batteria incalzante. Con Grand Hotel sembra di ritornare a quelle bellissime ballate tipiche di Regina in cui ci narra una storia davvero particolare. Per intenderci, ricorda molto Genius next door, anche se dal punto di vista della melodia è più allegra. Ed ecco che parte cattivissima Small Bill$: Regina sa anche rappare e soprattutto scrivere testi in rima che Eminem ormai se li sogna. E cosa dire di quel ritornello orientaleggiante dei la la la? Pezzo stupendo.





Segue la classica e struggente Black and White, con qualche attimo anni '90 con quei synth molto retrò. Arriva dolcissima The Light, un pezzo a suo modo struggente, che si può riassumere nel verso "so many things I know but they don't help me". Ed ecco che Regina ci trasporta indietro di molti anni, direi alle sonorità e ai testi cattivissimi dei tempi dei primissimi album (in effetti il brano ricorda molto Just like the movies o Chemo Limo): sto parlando di The trapper and the furrier, di cui è da poco uscito un video autoprodotto. Più blast from the past di così si muore! Tornadoland con quel suo ritornello corale è davvero un pezzo importante che, grazie agli archi così imponenti, dà un senso di epicità. Con la dolcissima voce di Regina si apre Obsolete, uno dei pezzi più dark di tutto l'album, a mio modesto parere. Il pianoforte regna sovrano in questa canzone e io non posso che amarla.



Sellers of flowers è un altro pezzo in cui, secondo me, viene fuori il lato Russo di Regina. Non so, sia la melodia che il cantato ricorda molto le atmosfere di Tchaikovski. E' comunque uno dei miei pezzi preferiti in tutto l'album. Con The Visit, invece, torna l'allegria in casa Spektor, anche se, a dire il vero, l'outro è molto soft e dreamy. L'album termina qui, ma la versione deluxe continua con altri tre pezzi: New Year (devo dire per me la canzone più debole di tutte), The one who stayed and the one who left (bellissima canzone, molto invernale che ti mette nell'atmosfera natalizia, I don't know why) e End of thought (un pezzo decisamente variegato che termina in sordina con un testo molto importante).

E qui termina l'album, davvero. Penso sia uno dei lavori migliori di Regina e per quanto mi riguarda l'album migliore uscito quest'anno. Long live Regina Spektor.