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martedì 17 dicembre 2019

Movie Review: The King

All hail the king! Soprattutto se è Timothee Chalamet. Di solito io e i film storici non andiamo troppo d'accordo ma debbo dire che questo The King mi è piaciuto molto. Passato piuttosto in sordina, è uscito su Netflix recentemente e presenta un gran cast: oltre a Timmy, abbiamo anche Robert Pattinson, Joel Edgerton (che è anche sceneggiatore), Ben Mendelsohn, il tizio che si era buttato già dalla torre in Game of Thrones, Lily Rose Depp. Insomma, un bel cast, non c'è che dire. 

La sceneggiatura è ispirata a vari lavori di Shakespeare su Henry the Fifth e racconta, in maniera piuttosto romanzata, l'ascesa al potere di Henry poco prima della scomparsa del padre. Siamo in piena Guerra dei Cent'anni, e vediamo un giovane Henry salire al trono dapprima in maniera riluttante poi prendendo sempre più coscienza delle proprie responsabilità. Il fulcro centrale del film è l'attacco contro la Francia, in cui regna il re Dauphin, che è interpretato in maniera tragicomica da Robert Pattinson: se la presa della cittadina francese risulta essere un momento di grande suspense, il duello finale (se così lo si può definire) con il monarca francese è assolutamente spassoso e volutamente ridicolo. 

Il film presenta una buona regia di David Michod, che ha deciso di non realizzare un film totalmente vero dal punto di vista storico che gli ha permesso di scavare un po' più a fondo sulla personalità di re Enrico V. Bellissima la scena che precede l'attacco in Francia in cui il re aizza i suoi soldati ricordandogli il motivo per cui sono andati fino a lì e lui è carichissimo e io mi aspettavo che i soldati alzassero il pugno al cielo emettendo suoni gutturali e hip hip hurrà e... invece niente. Debbo dire, Timothee sempre più bravo. Il suo physique così mingherlino potrebbe sembrare inadatto al ruolo e, invece, è proprio a suo agio nella parte. Bravo Timmy, continua così! Fondamentale anche il personaggio (inventato) interpretato da Joel Edgerton che con la sua apparente ignoranza e riluttanza diventa il più fidato consigliere del re. 



Insomma, guardate The King. Lo devo proprio dire visto che siamo sempre in campo shakespeariano, molto meglio di quella palla megatomica di Macbeth con Michael Fassbender. 

lunedì 16 dicembre 2019

Movie Review: Marriage Story

Sono passati un po' di giorni da quando nella solitudine di casa mia ho pianto lacrime amare dopo aver visto Marriage Story di Noah Baumbach. Uscito lo scorso 6 dicembre su Netflix con protagonisti Scarlett Johansson e l'uomo oggetto delle mie costanti ossessioni, Adam Driver. Ho fatto play e dopo 5 minuti stavo già piangendo. Perché, vi chiederete voi? All'inizio i due protagonisti elencano tutte le cose che amano dell'altro. E giù di lacrime, moi. So che è finzione, ma ogni cosa che Nicole dice riguardo a Charlie e quello che lui ha da dire su di lei... sono cose che hanno sempre una risonanza a livello personale.

Comunque poi, vi dico, non ho più pianto fino verso la fine del film. Quindi sono stata anche piuttosto brava, me lo dico da sola. Il film. Parliamo del film. Non sono un'esperta dei lavori precedenti di Baumbach, penso di aver visto solo Frances Ha. Quindi non vi so dire se questo è il suo lavoro migliore o il culmine della sua carriera o bla bla bla. Quello che vi posso però dire è che è un film piuttosto onesto. Se la tira un po', questo sì. Ma è onesto. Personalmente preferisco sempre le storie d'amore (o di fine di un amore) che si avvicinano di più alla mia realtà personale, avendo come protagonisti personaggi in cui mi ritrovo. Qui la cosa risulta un po' più difficile, perché Nicole e Charlie sono due persone che lavorano nel mondo dello spettacolo e vivono entrambi di arte. E di conseguenza anche i loro battibecchi, le loro conversazioni sono diverse rispetto ad una "normale" coppia. 

Non lo so, ha senso quello che ho appena scritto? Nella mia testa ce l'aveva, ma non so se l'ho espresso bene. Tuttavia, nonostante come personaggi siano un po' lontani dalla realtà quotidiana, i loro problemi di coppia... quelli sì, invece, che sono reali. Il tradimento, l'assenza di intimità, il dare per scontato l'altro, il sacrificio dei propri desideri per far funzionare il matrimonio... sono problemi molto comuni a quasi tutte quelle coppie che ormai stanno insieme da tanto. Una questione centrale nel film è la dicotomia New York - Los Angeles che potrebbe sembrare un problema da poco visto da questa parte di mondo ma, evidentemente, per gli statunitensi rimane scottante. 



Marriage Story racconta la fine di un matrimonio, attraverso le fasi legali che precedono un divorzio. Uno dei pensieri fissi che ho avuto durante la visione è stato: "Non voglio mai, mai, mai divorziare". E quindi penso che non mi sposerò mai, così sono sicura di evitarlo. Laura Dern e Ray Liotta interpretano magnificamente la parte degli spietati avvocati divorzisti che giocano con i sentimenti di chi sta passando un momento orribile nella propria relazione, insinuando il dubbio e facendo venire fuori il peggio delle persone. L'eccezione è rappresentata dall'avvocato a cui si rivolge Charlie, interpretato da Alan Alda: come detto da lui, è l'unico che tratta Charlie come fosse un essere umano. Scarlett Johansson è davvero bravissima in questo film (anche se con quei capelli assomiglia paurosamente ad Emma Thompson) e ci mostra una donna vulnerabile che cerca di far valere i propri sentimenti in un momento della sua vita pieno di incertezze. Adam Driver, che ve lo dico a fa', è sempre bravissimo per me. Una delle scene migliori è quando gli viene consegnata in maniera piuttosto goffa la lettera di divorzio dalla sorella di Nicole. L'incredulità nella sua espressione, convinto fino all'ultimo che lui e Nicole avrebbero risolto le cose fra di loro, senza ricorrere agli avvocati. E poi come canta bene per essere uno che non canta. Non sto neanche a dirvi quanto ho pianto nella scena finale quando Henry, il figlio, gli chiede di leggere la lettera. 



Non sarà forse il film dell'anno per me, ma sicuramente merita di essere visto. Anche più volte. Anche solo per sentirvi Adam Driver cantare Being Alive

giovedì 28 novembre 2019

Movie Review: I migliori film (brutti) di Natale

Parliamoci chiaro, in questo elenco non vi farò la lista dei migliori film di Natale. Non parleremo di classici come Una poltrona per due, Mamma ho perso l'aereo o i più recenti Love Actually o L'amore non va in vacanza. No, no. Parliamo di quei film brutti, roba da Hallmark TV o da produzioni Netflix fatte con 5 dollari. Quelli che fanno di questi tempi sull'8 o su Paramount Channel, per intenderci. Ecco, secondo me ce ne sono alcuni che ormai è indispensabile guardare e riguardare per entrare nello spirito natalizio. 

Il Natale di Beth / 'Tis the season for love
Scontatissimo, recitato sorprendentemente abbastanza bene, questo film racconta di Beth che ha lasciato il suo paesino di provenienza per andare ad avere successo a New York, lavorando in teatro. In realtà a New York non la scelgono mai per le parti principali e quindi, una volta tornata a casa dalla sua amorevole madre, si chiede se non sia meglio tornare al paesino suo...dove tutti sembrano volerla: il preside per lavorare nella scuola locale e un aitante vigile del fuoco da poco divorziato. Non c'è bisogno che vi dica come va a finire.




Un principe per Natale / A Christmas Prince
Ecco una delle produzioni Netflix natalizie di maggior successo degli ultimi anni, tanto che a breve uscirà il terzo capitolo The Royal Baby o qualcosa del genere. Questo primo capitolo è quello che dovete assolutamente vedere e rivedere, il secondo incentrato sul Royal Wedding tra i due protagonisti è stato una delusione grandissima nonostante le mie aspettative fossero super basse. Nel primo, invece, l'atmosfera natalizia la fa veramente da padrona ed è tutto quello che serve per entrare nel giusto spirito delle feste.



Il calendario di Natale / The Holiday Calendar
Debbo dire che questo, secondo me, è un gradino sopra agli altri come qualità. C'è un fantastico cast e la storia è deliziosa: un nonno regala alla propria nipote fotografa un calendario dell'avvento antico che si rivela essere, in un qualche modo, magico. Gliene accadranno di ogni, finché, come da commedia romantica natalizia che si rispetti, si accorgerà che il vero amore era sempre stato di fronte a lei. Penso debba uscire un secondo capitolo di questo film ma non ne sono del tutto certa. Mi farebbe piacere rivedere questi personaggi.



Un'eredità per Natale / Christmas Inheritance
Qui abbiamo praticamente degli attoroni, signori: Eliza Taylor (The 100) e Jake Lacy (Girls) sono i protagonisti di questa tipica commedia romantica in cui lei, una ricca viziatona, viene mandata dal padre in una cittadina sperduta nel nulla dove conosce lui, tipico manly man di provincia che le farà capire quale sia il vero senso della vita e delle feste natalizie. 



Nei panni di una principessa / The Princess Switch
Terminiamo con due film che vedono come protagonista Vanessa Hudgens. Il primo è questo, in cui lei addirittura interpreta due diverse ragazze: una pasticcera che si scambia di posto e di identità con una principessa di un regno ridicolo (hanno tutti gli stessi nomi: Aldovia, Genovia, Belgravia e bla bla). Si scambiano i ruoli ed entrano ognuno nella parte dell'altra ingannando tutti e, ovviamente, si innamoreranno dei personaggi maschili della vita dell'altra. 



Un cavaliere per Natale / The Knight Before Christmas
Qui invece Vanessa Hudgens è una povera maestra di un paesino misero che è stata tradita dal suo ex e all'improvviso compare nella sua vita un giovane aitante che dice di essere un cavaliere di Norwich, Inghilterra proveniente dal Milletrecento. I due passano i giorni precedenti al Natale perennemente insieme, tra varie peripezie e gag varie in cui lui cerca di adattarsi al mondo contemporaneo. Anche qui, direi, potete già immaginare come andrà a finire. 



Ecco, questo è quanto. Ne vedo ormai talmente tanti di questi film ogni anno che perdo il conto e mi sembra di averli già visti tutti un milione di volte ma la verità è che molto spesso le storie sono talmente simili che si tende a confonderli. In ogni caso mi guarderei film commedie romanticone di Natale dal primo di Novembre fino a Natale, fosse per me. Perché mi piace vedere i set completamente decorati con alberi, luci, presepi, Babbi Natali ecc.. mi mettono pace ed allegria. E, specialmente a Natale, secondo me c'è bisogno di certezze e storie felici. 

venerdì 24 maggio 2019

Film Review: Paterson

Cosa succede quando un film rappresenta la vita quotidiana e ripetitiva di un uomo normale, con un lavoro ancor più normale, come l'autista di autobus? Forse per alcuni sarà noioso, ma Jim Jarmusch con Paterson dimostra che può essere poetico. 



La poesia si nasconde ovunque, scaturisce dal più insignificante oggetto (come un fiammifero) e assume diverse forme: quella classica, scritta, come Paterson ci mostra durante tutto il film, ma anche quella che si palesa come espressione artistica dinamica, che trova sempre nuovi stimoli, come invece rappresentato dalla moglie Laura. Sono una coppia strana, Paterson e Laura: lui va al lavoro tutti i giorni eseguendo sempre le stesse, ripetitive azioni mentre lei sta a casa a fare una miriade di cose creative: dipinge (muri, vestiti, quadri), cucina, impara a suonare la chitarra, canta. Una coppia in realtà normale, ma composta da due persone a loro modo peculiari. Paterson passa ogni momento libero a scrivere poesie, ispirato dal luogo in cui vive che ha ospitato negli anni importanti personaggi, tra cui anche il grande poeta William Carlos Williams. Paterson e Laura sono una coppia giovane, che capisce l'importanza di sostenersi a vicenda non solo nella faccende quotidiana ma, soprattutto, negli interessi individuali. 


C'è poesia in ogni scena, in Paterson. Ma non solo: c'è anche tanto amore. Nei piccoli gesti quotidiani: Paterson che ogni mattina appena sveglio bacia con dolcezza la moglie, lei che ogni giorno gli prepara un pranzo molto personalizzato, lui che immancabilmente porta fuori il cane nonostante non si stiano simpatici a vicenda, lei che cerca di rendere fiero il marito con ogni suo sforzo creativo e lo incita a pubblicare le sue poesie. 


Prima ho menzionato gli interessi individuali della coppia. Penso che questo elemento sia rappresentato al meglio nel film: Paterson e Laura rimangono individui nella loro quotidianità (lui va sempre al solito bar la sera), lei rimane a casa a coltivare con passione ogni sua idea creativa. Sono individui nei loro piccoli rituali, non perdono loro stessi nella coppia, annullandosi. Coesistono con le loro rispettive personalità insieme, trovando un loro equilibrio. E, credo che, alla fine, la vera poesia risieda proprio qui. 







sabato 26 maggio 2018

Film Review: Dogman

Ieri sera ho deciso che era un buon momento per andare al cinema in solitaria a vedere Dogman, di Matteo Garrone. Sono sempre stata molto esterofila nei miei gusti cinematografici, ma ultimamente la mia anima ha sete di cinema italiano. Tutto è in realtà cominciato una sera di qualche mese fa: ero ammalata, non riuscivo a dormire e ho guardato su Rai Movie un film di Francesca Archibugi, Il nome del figlio. So che è il remake di un film francese ma mi è piaciuto davvero molto. E ho iniziato a chiedere a me stessa la ragione per cui non guardo più spesso film italiani. Non ho trovato risposta. Sarà che è da quando ho quattordici anni che studio intensamente le lingue straniere e per impararle meglio guardo cose in lingua originale, sarà che tutto ciò che viene fatto altrove sembra sempre avere un fascino maggiore.. non lo so. Fatto sta che ora voglio recuperare molto del cinema nostrano perché sono molto indietro e terribilmente ignorante a riguardo.

Tutto questo preambolo per dire che io di Garrone non ho mai visto niente: neanche Gomorra o Tale of Tales. Nada. Ma Dogman mi aveva già attirata dal trailer e poi quando ho visto Marcello Fonte che ha vinto il premio come miglior attore a Cannes e la genuinità del suo discorso...non ho potuto fare a meno di recuperarlo al cinema.

Vado al cinema senza leggere trama né sapere niente del fatto di cronaca a cui Dogman è liberamente ispirato. E con gli occhi lucidi esco dalla sala uccisa nei sentimenti.

Dogman è un film sulla desolazione, sul senso di impotenza, sul sentirsi piccoli all'interno del mondo in cui si vive. E queste sensazioni ti rimangono addosso perché Marcello Fonte non sembra nemmeno un attore. E' talmente genuino nella sua interpretazione che manca quel distacco emozionale che normalmente c'è nei confronti di un personaggio tutt'altro che perfetto. Il protagonista Marcello non è né un eroe né un antieroe. E' una persona normale che subisce la violenza psicologica di Simone e non riesce a trovare un modo per liberarsi da questa sorta di Sindrome di Stoccolma che lo lega a lui. La scena in cui Marcello è dalla polizia che lo intima di firmare la dichiarazione che gli permette di non andare in prigione è una delle scene più strazianti di tutto il film. Cruda, diretta, semplice ma potente. Negli occhi di Marcello si legge ogni suo pensiero senza che nessuna parola venga detta. Noi lo capiamo ma al contempo vorremmo dirgli: "Marcé, ripigliati! Non fare il coglione!". Noi non lo possiamo amare come lo ama sua figlia ma non lo riusciamo neanche ad odiare perché Marcello non è cattivo o codardo, è solo impotente nei confronti di una figura che lo usa soprattutto dal punto di vista emotivo per i suoi beceri scopi. Vuole solo essere amato.

Il luogo in cui è ambientato ha il potere di immergere il film in una dimensione tutta sua, che sta in equilibrio tra la distopia e la realtà. Alla fine Marcello vuole solo far vedere ai suoi la sua grande opera, sperando così di riconquistare la loro fiducia e la loro amicizia e quando sembra tanto così dal riuscirci scopriamo che, ancora una volta, è da solo. Da solo nel dolore, da solo nella riuscita di un piano che stava per fallire, da solo nel senso di liberazione. Da solo come un cane. Anzi no, da solo con il suo cane, il suo "amore!"



martedì 7 marzo 2017

Film review: La mia sui film candidati all'Oscar

Buongiorno a tutti, avevo iniziato questo post molto prima della fatidica notte degli Oscar ma poi, come succede, ho avuto troppo da fare e ho rimandato la visione di alcuni film a dopo la notte della premiazione. Sono riuscita per la prima volta a guardare live la serata ma mi sono persa il momento più clou dello show. Dopo che hanno detto che il miglior film era La La Land, con un sonoro "Ma va a cagare" ho spento la TV perchè, porca miseria, erano le 6.10 e non ce la facevo più. Questa è la prima parte, mi mancano da vedere ancora tre dei film che erano candidati all'Oscar per migliore pellicola. 

La La Land: onestamente l'ho trovato carino, ma non ho gridato e non penso griderò al capolavoro. Non ho mai trovato i musical troppo interessanti, specialmente quelli più "classici" in cui da un momento all'altro uno dei personaggi si mette a cantare e ballare e non si capisce come venga giustificato quello stacco all'interno della narrazione. So che non è strettamente necessario giustificarlo, ma mi irrita non poco. O si fa tutto credibile o non lo si fa a metà. Questa è la ragione per cui non amo i musical. Certo, so che Damien Chazelle aveva proprio in mente di trasportare il tipico musical dell'epoca d'oro di Hollywood in tempi contemporanei ma a me proprio ha lasciato una sensazione di anacronismo non indifferente. Detto ciò, il film è girato bene, recitato bene, la theme song è molto carina (solo quella). Ma io ho apprezzato mooolto di più il suo Whiplash. Sorry. 7/10





Hacksaw Ridge: E' un film che si divide in maniera molto netta in due, la prima parte è un romance ambientato nel sud degli Stati Uniti che ci presenta il protagonista per quello che è: un ragazzo semplice (nel senso più basilare del termine) che si innamora, che prega, che decide di essere coerente con il suo credo, che ama la sua famiglia, in qualche modo anche il padre violento. La seconda parte è caratterizzata dalla guerra, specialmente dalla violenza. E non credo che Mel Gibson volesse dare spettacolo. Anzi, mi ha ricordato molto Salvate il soldato Ryan (che in ogni caso preferisco di molto) proprio nella messa in scena delle esplosioni, dei corpi che saltano in aria, dell'obiettivo della videocamera che si sporca di sangue. E' una storia vera, quindi si chiude con alcune immagini del vero protagonista che poi è campato cent'anni (circa). Dal momento in cui vediamo il vero Doss capiamo perchè Andrew Garfield aveva sempre quell'espressione un po' imbambolata da scemo. 6.5/10




Lion: mentirei se dicessi che alla fine non ho pianto come una deficiente. Lion è stato un film difficile da realizzare perchè anch'esso tratto dalla vera storia di Saroo, che ha dedicato un libro all' impossibile ricerca del suo paesino natale in India, dopo che si era perso da bambino a Calcutta ed è stato dato in adozione ad una amorevole famiglia in Australia. Lion è un film girato discretamente (soprattutto la prima parte ambientata in India) ma soprattutto molto ben recitato: da Sunny Pawar, da Dev Patel e da Nicole Kidman. Specialmente i due Saroo ci fanno molto emozionare (e piangere, diciamo la verità). Ci sono alcune scene davvero strazianti e sfido chiunque a non aver avuto almeno gli occhi lucidi. Leggendo un po' in giro, c'è chi critica al film di essere costruito per far piangere la gente. Non ho affatto avuto questa sensazione, anzi mi è sembrata una rappresentazione onesta di una struggente storia vera. On a less serious note: da quando Dev Patel si è fatto così figo?! Io tifavo per lui, la notte degli Oscar. 8/10



Moonlight: avevo aspettative leggermente troppo alte su questa opera del cinema nero. Non è che non mi sia piaciuto, anzi. Però non ho gridato al capolavoro. Sinceramente non saprei dirvi il perchè. E' molto ben recitato, molto ben girato, molto ben scritto. Le musiche tra l'altro sono veramente fantastiche. E' sì molto difficile da capire in lingua originale, forse è stato quello che mi ha tenuto leggermente distaccata dalla vicenda raccontata. Onestamente non capisco la candidatura all'oscar per Mahershala Ali perchè, per quanto la sua parte sia ben recitata, ha un ruolo davvero breve (anche se fondamentale) all'interno del film. Piuttosto avrei candidato Trevante Rhodes perché ha saputo rendere in maniera favolosa un uomo dall'aspetto duro ma dal carattere timido e incerto proprio come quando era bambino. A volte si ha la sensazione proprio che sia ancora lo stesso attore (Chiron da bambino: Alex Hibbert) cresciuto. 8/10




Hidden Figures: è un bel film, che rappresenta una bella storia di riscatto da parte di tre donne afroamericane con i controcazzi. Intelligenti e con tanta voglia di mostrare a tutti il loro valore il contributo che possono dare alla società e soprattutto al progresso scientifico. Certo non è un film che rimane particolarmente impresso per le sue doti tecniche, ma è comunque una visione positiva. Non so perchè, ma ho pensato che potesse essere un film che avrebbe potuto girare il buon vecchio Spielberg. Ovviamente la scelta di candidarlo all'Oscar penso sia più politica che altro, e a buon ragione.  E' arrivata l'ora di raccontare storie positive riguardo a persone che vengono discriminate senza motivo in modo che tutti possano mettere i pregiudizi da parte. They will be hidden no mo'. 7/10




Manchester By The Sea: personalmente il film che ho preferito su tutti. You know me, mi piacciono da morire i film tristissimi. Ma perchè, voi vi chiederete. Non sono masochista, è che sono quei film che mi fanno provare tantissime emozioni forti. Io ho paura di andare sulle montagne russe, quindi ripiego così. Manchester by the sea è uno di quei film onesti, diretti e tremendamente veri. Racconta una storia triste ma assolutamente verosimile e lo fa senza tanti fronzoli e senza voler per forza mostrare alcuni dei momenti più strazianti della vicenda (per esempio, non vediamo mai il personaggio di Michelle Williams scagliarsi violentemente contro il marito dopo la tragedia). Recitato da dio, scritto ancora meglio e ambientato in una cittadina tremendamente provinciale degli Stati Uniti, Manchester By The Sea è per me il film che avrebbe dovuto vincere. 9/10


Goodbye, e ci rivediamo con la seconda parte del post dove parlerò di: Fences, Hell or High Water, Arrival. 

martedì 17 gennaio 2017

Film Review: 2 days in Paris

Pochi sanno che amo moltissimo Julie Delpy per la sua interpretazione di Celine nella trilogia Linklateriana dei Before Sunrise/Sunset/Midnight. Ma nessuno sa come seleziono i film da vedere su Netflix: assolutamente a casaccio. Aggiungo moltissimi titoli alla mia lista senza entrare a leggere scheda alcuna, per cui quando ho aggiunto 2 days in Paris non sapevo neanche che la regista, la sceneggiatrice, nonché interprete principale fosse l'adorata Julie Delpy.

Dato che ultimamente non guardo moltissimi film, con mia grande sorpresa mi stupisco di quanto sia brava nella selezione casuale di pellicole da vedere. E anche con questo 2 days in Paris non mi sono smentita.

E' uno di quei film che piacciono a me: diretti, onesti, witty, esasperati e assolutamente irresistibili. Racconta di un paio di giorni nella vita di Marion e Jack, lei francese e lui americano che stanno insieme da due anni. Dopo una disastrosa vacanza a Venezia, si stanno recando a Parigi per passare qualche giorno insieme alla famiglia di Marion. La loro relazione verrà messa a dura prova.

Ogni tanto penso a quanto questa tipologia di film sia odiata da moltissima gente, amici e fidanzato inclusi. E mi ritrovo a chiedermi il perchè. Quello che probabilmente a molti non piace, al di là della semplice mancanza di "azione" nel senso più basico del termine, è vedere rappresentata la vita vera sullo schermo. Julie Delpy non è un'artista escapista, non vuole trasportarci in un'altra dimensione e farci dimenticare della nostra vita per un paio d'ore. 2 days in Paris ci mette di fronte alla nuda e cruda verità: le relazioni sono molto difficili, e basta veramente pochissimo a rovinarle. Quanto conosciamo davvero la persona con cui stiamo? Quali sono le insicurezze che ciascuno vede nell'altro che potrebbero portare ad una definitiva rottura? Sono queste le domande che questa pellicola ci pone. Senza farsi mancare scene esilaranti e assurde che rendono l'insieme molto leggero e divertente.

Il tutto, ovviamente, condito dalle fantastiche e genuine interpretazioni di Julie Delpy e Adam Goldberg in primis, e di tutti gli altri attori francesi e non (strizzatina d'occhio alla fatina Daniel Brühl). Anche dal punto di vista tecnico, la regia della Delpy è molto apprezzabile specialmente quando interviene la voce narrante che accompagna alcune scene clou nella relazione tra i due protagonisti. Tra l'altro, ancora mi stupisco di quanto Julie Delpy sia estremamente sarcastica, poetica e abile nello scrivere, specialmente in una lingua acquisita, come l'inglese. E poi è così naturalmente bella. La amo. E amo questo film.




giovedì 1 dicembre 2016

Film review: The Spectacular Now

Che freddo. Qui sotto il livello del mare fa molto freddo, non so nel resto d'Italia. Ho visto e sentito un paio di cose recentemente. Ne parlerò in questi giorni, prima di essere operata a questa schifosissima spalla a cui piace lussarsi ripetutamente. Pray for me.

Ho visto su Netflix (all hail) la scorsa settimana questo film uscito nel 2013, The Spectacular Now, che sinceramente non avevo mai molto cagato. Ma gli attori protagonisti sono Miles Teller, che ho iniziato ad adorare dopo aver visto Whiplash, e Shailene Woodley, che mi è sempre stata molto simpatica, per cui ho deciso di metterlo in lista e guardarlo.

E ho fatto bene. Mi è piaciuto molto. Se fosse un romanzo sarebbe un Bildungsroman, ma siccome è un film lo si potrebbe definire un coming-of-age, se proprio sentiamo la necessità di catalogarlo sotto un genere. E sì, io di solito sento questa necessità. E' la storia di un ragazzo che sta per finire il liceo ed essere catapultato nel famigerato mondo degli adulti (che nessuno ama, diciamoci la verità). Questo ragazzo non fa molto, specialmente da quando è finita la sua relazione con la ragazza più popolare del liceo. Fondamentalmente quello che fa è bere. Più o meno durante tutta la giornata, tutti i giorni. Il padre ha abbandonato lui, la madre e la sorella da piccoli.

Un giorno, un po' per caso e un po' per scherzo, inizia a frequentare una "brava ragazza", che lo aiuta nello studio per migliorare il suo percorso scolastico. I due s'innamorano tra lo stupore di tutti, sia gli amici di lui (che sono convinti la stia prendendo in giro) sia le amiche di lei (che, invece, sanno che lui è uno stronzo). La loro relazione diventerà sempre più solida fino a quando lui non cercherà di allontanarla, perché pensa di non meritare tutto l'amore che lei mostra nei suoi confronti.

Le cose che mi sono piaciute molto di questo film, senza considerare troppo i soliti cliché da film americano ambientato in un high school, sono le interpretazioni dei due attori protagonisti. Insomma, se ci fossero stati altri due attori al posto di Miles Teller e Shailene Woodley probabilmente questo film mi avrebbe fatto cagare.
Miles Teller, in particolare, è riuscito perfettamente ad incarnare il ragazzo tormentato del quale non comprendiamo subito i problemi: man mano che il film avanza impariamo a capirlo, a compatirlo forse, e poi anche a perdonarlo.

Insomma, è un film piuttosto onesto e con pochi fronzoli che si incentra sulle esperienze dei due protagonisti che, nonostante non siano sempre amabili, riescono a farsi accettare dallo spettatore con i loro pregi e difetti.



mercoledì 28 ottobre 2015

Film Review: Submarine

Salve gente, se vedete accenti e apostrofi strani é perché sto scrivendo da una tastiera tedesca, da un computer tedesco, posizionato in un ufficio tedesco in Cruccolandia. Sono ancora qui nella fredda terra degli scandali automobilistici a far finta di fare un tirocinio. E sulla tastiera la Y e la Z sono inverititi. Non ci sono le lettere con l´accento e gli apostrofi sono inconsueti. Capite il mio disagio.

Bando alle ciance.Da un mese ho fatto l´iscrizione a Netflix perché mentre ero in metropolitana, lessi che il primo mese era gratuito. E quindi appena arrivata a casa mi sono iscritta e la mia lista dei TO BE SEEN é giá piuttosto lunga. Qualcosa peró ho giá terminato di guardare; tra le tante cose, The IT Crowd, telefilm britannico che mi ero sempre ripromessa di vedere ma per il quale non trovavo mai il tempo. E cosí ho guardato tutte le stagioni in due sere. Cosa c´entra col titolo della review di oggi? Niente, guardando the IT Crowd mi sono innamorata perdutamente di Richard Ayoade e sto recuperando tutta la sua filmografia (piú che altro di regista).

Fortunatamente su Netflix c´era il suo primo film da regista (dopo aver diretto moltissimi video musicali), per l´appunto Submarine tratto da un romanzo di Joe Dunthorne (che non ho letto, ma recupereró). E quindi ne volevo brevemente parlare.
La storia é molto semplice: Oliver, un ragazzino di 15 anni vive in questo paesino sperduto del Galles insieme ai suoi genitori, che sembrano attraversare una crisi nel loro matrimonio. A scuola, Oliver si innamora di Jordana, una ragazza all´apparenza piuttosto stronza che si rivela peró essere complessata e sensibile come tutti. Il film segue la storia d´amore tra Oliver e Jordana dal momento in cui nasce, in cui si sviluppa, in cui si spezza e si ricongiunge.

Il film mi é piaciuto molto sia dal punto di vista della regia (per niente banale, anzi, molto sperimentale: memorabile la scena del selfie con bacio sotto ai binari del treno), della fotografia, della colonna sonora (nonostante il mio odio innato per Alex Turner), della storia (e quindi dell´adattamento dal libro). Ma ho amato soprattutto le interpretazioni dei due giovani attori protagonisti: Craig Roberts e Yasmin Paige. Davvero molto talentuosi, hanno dato vita a due personaggi indimenticabili dallo stile molto Wes Andersoniano. Insomma, un piccolo gioiellino del cinema britannico, brought to you by the super talented and super duper cute Richard Ayoade.